I racconti del lavoro invisibile è un opera-progetto di contaminazione tra diverse discipline artistiche che intende esplorare in chiave crossmediale le trasformazioni del lavoro contemporaneo a partire dalle donne, dalla natura gratuita, flessibile, affettiva e relazionale del loro operare: dimensioni di cura trasformate in pratiche produttive che hanno riformulato l’intera struttura del mondo del lavoro, coinvolgendo allo stesso tempo donne e uomini.

The flower bridge con Assomoldave

di / 15 febbraio 2015

The flower bridge di Thomas Ciulei è stato proiettato durante l’incontro Parole e immagini – Il lato invisibile della migrazione, alla Casa internazionale delle donne il 12 febbraio 2015.

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Alexei, il figlio piccolo, ha la varicella. Il padre spalma con santa pazienza ogni pustola di un unguento verde. La faccia a pois del ragazzino spunta tra felpa e cappello, e si intuisce che è intimidito dalle riprese, come anche le sue sorelle più grandi. È la scena di apertura di The flower bridge, delicato film del rumeno Thomas Ciulei (2008), presentato nell’incontro Parole e immagini – Volevo i pantaloni, il 12 febbraio alla Casa internazionale delle donne.

Per tutto il film, è quasi solo il padre a parlare, un monologo ad alta voce, a volte una dichiarazione diretta alla telecamera, quasi una spiegazione di come stanno le cose, nel caso non fosse ancora chiaro: qui noi viviamo così, da 3 anni e mezzo, perché non si sa se le daranno finalmente i documenti, non si sa quando potrà tornare.

Lei, la presenza femminile invisibile e sempre evocata, è la moglie e madre, di cui sentiamo solo la voce, al telefono, mentre si informa con insistenza sui voti presi a scuola, e sull’apprendimento dell’inglese in particolare, e di cui percepiamo il pensiero costante rivolto ai figli rimasti in Moldova nel grande sacco nero, il pacco che ha spedito alla famiglia, da cui oggetti di un mondo diverso che loro quasi non riescono a immaginare, e che ha nomi noti di marchi di abbigliamento che campeggiano a lettere cubitali sul cappello e sulle felpe. Imitazioni, probabilmente.

Il padre domina incontrastato la famiglia: dà ordini e distribuisce lavori, organizza le giornate, sorveglia l’andamento scolastico. È per la scuola, per un futuro diverso dall’agricoltura di sussistenza, spesso in perdita, di cui viveva la famiglia, che ha deciso di partire, come tante altre donne moldave. Intorno, nelle poetiche inquadrature del regista, la campagna avvolta dalla neve e dalla nebbia, o protesa verso i primi raggi del sole all’arrivo della primavera. Vicino alla casa “che non siamo ancora riusciti a mettere a posto”, nonostante le rimesse della moglie, altre poche case, pochissime persone, soprattutto silenzio.

Per Tatiana Nogailic, tra le fondatrici e attuale presidente dell’associazione Assomoldave, “è un film molto duro da vedere per le donne moldave”. Perché “è vero: nel Sud del paese, che è più povero, e agricolo, la vita è ancora così”. E quei ragazzi sono “comunque fortunati ad avere un padre che si prende cura di loro come si vede nel film, che ci tiene. Si sente che lui e la moglie hanno lo stesso obiettivo, e che lo perseguono insieme, ognuno fa la sua parte”.

Ma non per tutti è così: “Molti uomini non ce la fanno, si mettono con altre donne. E poi c’è il problema dell’alcoolismo”, fa notare. “Ma le cose nel resto del paese non sono così, il paese è molto più sviluppato, a Chisinau c’è la rete in fibra ottica per tutti, e ci sono anche tante imprese italiane, oltre 700. Per questo molte persone si spostano in città, quando non vanno all’estero, e i piccoli paesi come quello nel film restano spopolati. Mi sa che ci vivevano poche centinaia di persone, a vedere le immagini”.

E se Thomas Ciulei ha raccontato in maniera ravvicinata la vita di chi è rimasto in Moldova, “non esiste un racconto così, una documentazione della nostra storia, la storia e la vita delle donne che sono emigrate, che fanno le badanti, e per le quali riuscire a “fare le ore”, cioè a lavorare come donne delle pulizie, rappresenta decisamente un miglioramento. Perché significa che non sei più costretto a vivere 24 ore su 24 nella casa di chi ti da lavoro, che puoi pagarti un affitto, puoi avere una vita tua. Questa vita, e quello che soffriamo, sta scritto nei libri, ci sono le ricerche, ma è ancora poco”.

Una narrazione del reale che aiuterebbe anche a contrastare gli stereotipi e i pregiudizi. Quelli degli/lle italiani/e, che per esempio, “quando mi chiamano perché cercano una badante, specificano che non deve avere oro in bocca, perché l’oro in bocca è tipico delle zingare, e si sa, le zingare rubano… Oppure che non deve essere troppo grassa, perché vuol dire che mangia tanto e costa troppo mantenerla”. E quelli dei nostri connazionali, “per i quali noi donne che lavoriamo all’estero siamo delle poco di buono, sicuramente facciamo una vita libertina e non andiamo in Chiesa”.

Per Nogailic però la strada verso il superamento dei pregiudizi è in discesa: “è una questione di tempo per imparare a conoscerci”. Per questo l’associazione pubblica un vademecum plurilingue per le badanti, con tutte le informazioni relative a diritti e doveri, procedure e uffici. “Dopotutto lo dico sempre alle mie donne, e lo si è visto bene nei film dell’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico che abbiamo visto, ma anche nelle pellicole del neorealismo: gli italiani erano poveri, quelli che ora assumono una badante hanno faticato per arrivare dove sono, e la crisi è grave anche per loro. Bisogna capirli”.

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