I racconti del lavoro invisibile è un opera-progetto di contaminazione tra diverse discipline artistiche che intende esplorare in chiave crossmediale le trasformazioni del lavoro contemporaneo a partire dalle donne, dalla natura gratuita, flessibile, affettiva e relazionale del loro operare: dimensioni di cura trasformate in pratiche produttive che hanno riformulato l’intera struttura del mondo del lavoro, coinvolgendo allo stesso tempo donne e uomini.

Sole di Mariangela Barbanente

di / 15 febbraio 2015

Sole di Mariangela Barbanente sarà proietato nell’ambito dell’incontro Parole e immagini – Mi piego ma non mi spezzo, alla Casa internazionale delle donne il 19 febbraio 2015, alle ore 17.30.

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Ormai quando sentiamo parlare di caporalato, pensiamo che vi facciano ricorso solo gli immigrati irregolari, per acciuffare una giornata di lavoro a 20 euro, ore e ore sotto il sole a riempire bancali di pomodori. Immaginiamo che per gli italiani e le italiane era così “tanto tempo fa”. Invece Sole, documentario di Mariangela Barbanente del 2001, conservato all’AAMOD, Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico, racconta una storia ancora molto vicina a noi. La regista ci ha messo 3 anni, prima di iniziare le riprese, che sono durate oltre un anno, tra il dicembre del 1998 e il Capodanno del 1999. Tre anni nei quali con le protagoniste del film si è costruita “una intimità che mi permetteva di andare nelle loro case senza sentirmi un’ospite”. Tre anni nei quali Barbanente fa tutto il lavoro invisibile che c’è prima di poter realizzare un documentario, vale a dire cercare i fondi necessari alla sua realizzazione.

Sole è la storia di Vita, Teresa, Daniela, braccianti agricole pugliesi. Lavorano a più di cento chilometri da casa perché nei loro paesi, sulle colline tra Brindisi e Taranto, non ci sono altre possibilità. Lavorano “grazie” ai caporali, intermediari illegali tra le aziende agricole e la manodopera, che reclutano le braccianti, determinano la paga e mettono a disposizione i mezzi di trasporto in cambio di una percentuale sul salario già basso. Dai caporali dipende la sopravvivenza di moltissime famiglie: un potere enorme di cui spesso abusano. “Ma in fondo, che cos’è un caporale”, si chiede la regista, “se non una specie di agente interinale? Un po’ più stronzo, forse. Ma il meccanismo è lo stesso”.

Come la maggior parte delle donne, anche Vita, Teresa e Daniela quando rientrano dal lavoro, dopo 10 o anche 14 ore a raccogliere frutta o verdure, hanno la famiglia e la casa di cui occuparsi. Non c’è spazio per nient’altro nella loro vita. Non hanno diritti, ma solo doveri. La cinepresa di Barbanente ne segue l’esistenza per un anno: le attese notturne, le lunghe ore nei campi, la vita privata. E soprattutto il tentativo incessante di non lasciarsi calpestare.

Sole è però “la storia di una sconfitta”, come racconta la regista. “Io volevo documentare una vittoria: avevo letto su il manifesto gli articoli di Carmen Santoro che raccontavano l’autogestione delle braccianti, un progetto sostenuto dalla CGIL. Per questo le ho incontrate. Aspetta, aspetta, l’autogestione è finita: è collassata nel giro di un anno, perché i proprietari terrieri e i gestori delle terre non pagavano. Quindi era più facile andare con i caporali, perché almeno si aveva un minimo di sicurezza sulle paghe”.

Dallo “scendere a patti” con la realtà della regista è nato Sole, viaggio nel caporalato che preferisce le donne, perché “sono più inclini alla sottomissione”.

Via della Lungara 19 - Roma (Casa internazionale delle donne - Sala Carla Lonzi)
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