I racconti del lavoro invisibile è un opera-progetto di contaminazione tra diverse discipline artistiche che intende esplorare in chiave crossmediale le trasformazioni del lavoro contemporaneo a partire dalle donne, dalla natura gratuita, flessibile, affettiva e relazionale del loro operare: dimensioni di cura trasformate in pratiche produttive che hanno riformulato l’intera struttura del mondo del lavoro, coinvolgendo allo stesso tempo donne e uomini.

La precarietà è un genere narrativo

di / 20 febbraio 2015

Di precarietà e nuove narrazioni del lavoro si è parlato il 19 febbraio alla Casa internazionale delle donne nell’incontro Parole e immagini – Mi piego ma non mi spezzo.

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Che la precarietà sia un genere narrativo è il presupposto di fondi del progetto I racconti del lavoro invisibile. Ed è quanto sostengono Roberto Ciccarelli e Giuseppe Allegri, già autori de Il quinto stato (Neri Pozza, 2012) e curatori del blog la furia dei cervelli

Nell’articolo scritto per il lavoro culturale, magazine online con cui il progetto I racconti del lavoro invisibile ha stabilito una media partnership, lo spiegano chiaramente:

Si dice che il lavoro sia oggi solo quello precario. Se è per questo è anche peggio. La sua barbarie è la manifestazione della religione dell’astinenza e del moralismo sulle quali Paul Lafargue ha emesso una sentenza definitiva. Il problema è un altro: la precarietà non è uno stato, ma un processo. Non è un soggetto sociale, ma un movimento. Vederlo solo come un processo di riduzione alla servitù è un’operazione parziale ispirata al pauperismo, cioè il registro dominante nei talk show televisivi o nelle inchieste giornalistiche. A questa rappresentazione collabora un’idea atomizzata e statica della mobilità sociale alla quale assistiamo da vent’anni a questa parte, cioé da quando è stato inventato il genere narrativo della precarietà.

Questo genere esiste nella misura in cui rimpiange lo statuto del lavoro salariato e cerca di ripristinarlo. Tra l’altro, è funzionale all’argomentazione gemella che impone al disoccupato, o al precario cronico, un’unica alternativa: quella di diventare “imprenditore di se stesso”. Gli esiti, drammatici o parodistici, sono sotto gli occhi di tutti. Per maturare una diversa rappresentazione del lavoro, e quindi un’altra idea di governo del sé e degli altri, bisogna liberarsi di questa narrazione sulla precarietà con una doppia mossa: fare evolvere lo statuto del lavoro oltre la sua condizione salariata e affermare la singolarità di ciascuno oltre l’individualismo dell’imprenditore.

Contribuire alla costruzione di questa nuova narrazione del lavoro è uno degli obiettivi del progetto. L’articolo La vita agra(tis) da leggere per intero su il lavoro cultuale ne è parte integrante.

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