I racconti del lavoro invisibile è un opera-progetto di contaminazione tra diverse discipline artistiche che intende esplorare in chiave crossmediale le trasformazioni del lavoro contemporaneo a partire dalle donne, dalla natura gratuita, flessibile, affettiva e relazionale del loro operare: dimensioni di cura trasformate in pratiche produttive che hanno riformulato l’intera struttura del mondo del lavoro, coinvolgendo allo stesso tempo donne e uomini.

L’intelligenza della cura

di / 21 febbraio 2015

Immagine tratta dal cortometraggio "Il mistero dei dischi volanti", di Silvia Lucarelli, Floriana Cirillo e Benedetta Del Piano

Ovvero: viaggio alle radici della femminilizzazione del lavoro, nelle parole di Ida Faré, intervistata nel 1996 per Una città da Gianni Saporetti. O anche, del perché nel lavoro di cura c’è il modello del lavoro immateriale dei tempi attuali, in cui la casa è anche ufficio e i tempi di vita e quelli di lavoro si confondono, in cui la cura delle relazioni è parte fondante della produzione.

Vi proponiamo un passaggio dell’intervista con alcuni grassetti nostri, una sorta di tracciato che unisce i due capi del ventennio quasi trascorso da questa intervista, in cui Ida Faré, allora docente di architettura al Politecnico di Milano dove aveva dato vita a un collettivo accademico femminile, il Gruppo Vanda, analizza il concetto di intelligenza domestica da loro formulato:

Quali sono le caratteristiche principali di questa intelligenza domestica?

La prima ha a che fare con l’effimero. Le donne non producono beni materiali durevoli, ma relazioni, gesti, cibo, parole; insomma, tutte cose effimere, ma che sedimentano nella crescita dei corpi, della personalità e delle relazioni. Il nutrimento che si consuma, ma dà la vita; il gesto, che dopo un minuto non c’è più, ma che costituisce la relazione. È tempo donato. La parola chiave, lo slogan, del lavoro domestico è: “Tanto lavoro per nulla”, perché tutto si disfa continuamente e si consuma. Ma tutto ciò produce la crescita del corpo di un bambino e anche della sua personalità, produce la vita vera, insomma.

La seconda caratteristica è quella di costituire una sorta di sistema, nel quale si intrecciano le competenze più diverse. In casa si deve far di conto, si ha a che fare con tecniche artigianali e tecnologie avanzate, si produce il cibo, si gestisce una carezza, il linguaggio, la parola. Ora, questo è vero per ogni lavoro di cura, ma l’intelligenza domestica, secondo me, costituisce il modello più alto, che riassume un po’ tutti gli altri.

La terza caratteristica è quella dell’imprevisto. Queste competenze si spostano all’interno di un circuito secondo priorità che non sono mai le stesse: tu non puoi sapere in anticipo se in un dato momento è prioritario dare una sberla al bambino, spegnere il fuoco o fare di conto. Diversamente dalla produzione di un bene, che esige competenze differenti, ma poste sempre in un ordine prevedibile, nell’intelligenza domestica c’è sempre l’imprevisto
che può capovolgere l’ordine dei fattori e richiede, sempre, una certa dose di invenzione. L’esempio è anche sciocco, ma, se brucia l’arrosto, devi inventarti subito qualche altra cosa, casomai devi rimediare con le patate.

Oggi le parole sono altre: la capacità di gestire l’imprevisto è diventato “problem solving”, quella di intrecciare competenze diverse “multitasking”, il tempo donato è il tanto lavoro invisibile che sta spesso dietro un lavoro poco e male retribuito, se non proposto in cambio di “visibilità”, cioè dell’effimero.

L’articolo intero si può leggere e scaricare in formato Pdf su Una città

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