I racconti del lavoro invisibile è un opera-progetto di contaminazione tra diverse discipline artistiche che intende esplorare in chiave crossmediale le trasformazioni del lavoro contemporaneo a partire dalle donne, dalla natura gratuita, flessibile, affettiva e relazionale del loro operare: dimensioni di cura trasformate in pratiche produttive che hanno riformulato l’intera struttura del mondo del lavoro, coinvolgendo allo stesso tempo donne e uomini.

Anna Simone legge Ripartire da casa

di / 20 febbraio 2015

L’incontro Parole e immagini – Volevo i pantaloni si è svolto il 5 febbraio alla Casa internazionale delle donne di Roma.

Sandra Burchi, autrice di "Ripartire da casa" interviene a "Parole e immagini - Volevo i pantaloni", Casa internazionale delle donne, 5 febbraio 2015

Sul recente libro di Sandra Burchi, ospite dell’incontro Parole e immagini – Volevo i pantaloni dello scorso 5 febbraio, segnaliamo questa interessante recensione della sociologa Anna Simone. Che nota come

Se si potessero usare i testi sul lavoro come fonte documentale di una ricerca sociologica l’esito qualitativo sarebbe scontato: v’è un abisso narrativo tra il “modo” femminile di raccontare il lavoro come fatto sociale e come esperienza individuale oggi e il “modo” maschile. La prima cosa da dire sul volume di Sandra Burchi Ripartire da casa. Lavori e reti dallo spazio domestico è proprio questa. La sua è una narrazione posizionata sull’empirismo dell’esperienza di dieci donne che prima intervista e poi trasforma in storie, biografie, che si incistano con il processo di de-standardizzazione del lavoro e con le variabili del fenomeno – lo spazio, il tempo – senza mai scinderle.

Ma in conclusione lascia aperta una domanda

Sicuramente la forza dell’autrice e di queste donne sta proprio nella capacità di risignificare, rovesciare, ritessere, però io credo che il femminismo contemporaneo, pur partendo da lì, dovrebbe anche dotarsi di strumenti concettuali più grandi, critici, radicali, in grado di rovesciare le strategie di adattamento per pensare, invece, una nuova idea di economia e di lavoro. Qualcosa che stia definitivamente fuori dal “mercato”, dalla prestazione, dal “capitale umano e sociale” e da un desiderio che rischia sempre più di essere predeterminato da altri. Lo scacco vero, l’apparato di cattura per donne e uomini al fondo è proprio lì: nel modo in cui ci determinano il neoliberismo e la sua dimensione performativa di ordine prestazionale. E dunque come si fa a rovesciare quell’economia della riproduzione che ci rende tutte, come scriveva Nina Power, “donne-curriculum”, dentro e fuori casa?

L’articolo intero su il lavoro culturale 

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