I racconti del lavoro invisibile è un opera-progetto di contaminazione tra diverse discipline artistiche che intende esplorare in chiave crossmediale le trasformazioni del lavoro contemporaneo a partire dalle donne, dalla natura gratuita, flessibile, affettiva e relazionale del loro operare: dimensioni di cura trasformate in pratiche produttive che hanno riformulato l’intera struttura del mondo del lavoro, coinvolgendo allo stesso tempo donne e uomini.

La cura del vivere

di / 21 febbraio 2015

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È uscito nel 2011, come supplemento della rivista Leggendaria, un opuscolo frutto delle discussioni ed elaborazioni in un gruppo di donne – Fulvia Bandoli, Maria Luisa Boccia, Elettra Deiana, Laura Gallucci, Letizia Paolozzi, Bianca Pomeranzi, Bia Sarasini, Rosetta Stella, Stefania Vulterini – che è andato (va?) sotto il nome di Gruppo del mercoledì, perché si ritrovava tutti i mercoledì alla Casa internazionale delle donne.

In questo testo, le autrici (e qualche autore) sfaccettano la parola cura, e le danno un senso che parte dal “lavoro di cura” inteso come lavoro di riproduzione quotidiana della vita che le donne hanno sempre fornito gratuitamente, per estenderlo alla cura del vivere inteso come spazio pubblico, relazioni, collettività e finanche come mondo, pianeta.

La raccolta non esaurisce tutte le possibili accezioni della cura, e anzi si colloca più come un inizio di riflessione, un voler ispirare altri e altre ad andare avanti nella declinazione, e nella pratica, della cura del vivere. Nell’introduzione puntano lo sguardo sulle badanti, un po’ come ha fatto il progetto I racconti del lavoro invisibile, riconoscendo nella nostra relazione con loro, e nel loro lavoro invisibile, un nodo specifico della dimensione della cura del vivere.

Nel cuore delle relazioni, così al centro che può risultare difficile vederle, si muovono le badanti (e un numero molto più basso di badanti maschi), reti di donne che dai paesi poveri si muovono nel mondo per entrare nelle nostre case. Svolgono un compito che è un bene sociale e umano primario: riproducono la vita, si caricano dell’altrui dipendenza; cercano, a volte, in questo lavoro, la propria indipendenza.

È un intreccio non facile da districare. A loro affidiamo i beni più preziosi, le vite dei piccoli e degli anziani, in uno scambio che (forse) solo l’attenzione al resto, allo scarto che la cura rivela, può aiutare a sciogliere in una prospettiva equa e chiara, priva di ipocrisia. Senza nascondere l’evidente diseguaglianza tra mondi che faticano a conoscersi, senza dimenticare il capitalismo globale che regola flussi e movimenti di esseri umani, eppure senza misconoscere la tessitura reale di sentimenti, affetti, vite di cui fanno parte.

Queste donne, contemporaneamente operaie della fatica e della materialità della cura troppo spesso mal-pagate e mal-trattate, sono a loro volta al centro di mondi di relazioni, progetti, speranze. Sono agenti di cambiamento per sé e per gli altri.

A noi permettono di prenderci cura anche di altro, a cominciare dal lavoro, di avere attenzione alle relazioni, disegnare connessioni, tessere mediazioni. Una forma di lavoro della conoscenza in cui ogni giorno si inventano e si modificano le diverse forme del vivere familiare ma anche della città, del territorio.

Tutto da leggere, l’opuscolo può essere scaricato dal sito Donnealtri

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