I racconti del lavoro invisibile è un opera-progetto di contaminazione tra diverse discipline artistiche che intende esplorare in chiave crossmediale le trasformazioni del lavoro contemporaneo a partire dalle donne, dalla natura gratuita, flessibile, affettiva e relazionale del loro operare: dimensioni di cura trasformate in pratiche produttive che hanno riformulato l’intera struttura del mondo del lavoro, coinvolgendo allo stesso tempo donne e uomini.

Il lavoro invisibile, anche nelle aule di tribunale

di / 23 febbraio 2015

E lo chiamano lavoro copia

La parola a una giudice del lavoro. Intervista a Rita Sanlorenzo

 

Rita Sanlorenzo, astigiana, è entrata in magistratura nel giugno 1986. Da oltre vent’anni è giudice del lavoro (in pretura, in tribunale e, ora, in corte d’appello a Torino). Dal 2007 al 2010 è stata – prima donna nella storia del gruppo – segretaria nazionale di Magistratura democratica. È autrice, insieme a Carla Ponterio, del libro E lo chiamano lavoro…, edito da Gruppo Abele nel 2014.
Il lavoro è sempre più invisibile, sotto diversi punti di vista: perché non c’è, perché è nero, perché cambia forma, luoghi e tempi, perché è de localizzato e anche perché sta scomparendo dalle aule di tribunale. Perché una giudice del lavoro decide di scrivere un libro che denuncia la scomparsa del lavoro? Con quale desiderio e con che obiettivo?

Ho scritto questo libro con la mia collega Carla Ponterio, con cui ho condiviso lunghi anni di impegno in magistratura, anni di formazione, di scambio, di pensiero collettivo. Lo abbiamo scritto spinte dalla responsabilità che avvertiamo come operatrici sul fronte del diritto del lavoro, ma anche per combattere la nostra solitudine professionale. Perché, e questo è il punto della crisi del lavoro, in tutti i ceti professionali, anche i più garantiti come il mio, la ricaduta generale di questa crisi complessiva è che ognuno si è chiuso nella propria monade, pensando individualmente alla propria carriera, ormai disincentivato a vedersi parte di una rete professionale che dà supporto, sostegno, possibilità di confronto.

Questo libro è anche una risposta a questo mondo che ci vuole in competizione l’uno con l’altro. Negli ultimi venti anni abbiamo assistito a profonde trasformazioni legislative e sociali, accompagnate sempre da una dialettica pubblica mistificante, che non racconta certi meccanismi e soprattutto non ne chiarisce gli effetti. La liberalizzazione del mercato del lavoro è passata generalmente come l’unica possibilità data al paese intero per poter resistere alla crisi, per rilanciare l’occupazione e per dare più possibilità a tutti.

In realtà si è trattato di un percorso scandito da tappe ben precise, ognuna delle quali ha portato immiserimento, impoverimento e svalorizzazione del lavoro in generale: e in più, di lavoro ce n’è sempre meno. La teoria che a un abbassamento dei livelli di tutela sarebbe corrisposto, da una parte un allargamento a tutti di maggior ricchezza e maggior lavoro e, dall’altra, un’esaltazione delle condizioni del lavoratore finalmente artefice del proprio destino, ha portato esattamente il contrario. Eliminare le tutele del lavoro non serve a garantire maggior occupazione, serve solo a diminuire i diritti dei lavoratori, che è un preciso obiettivo politico, e che per questo va dichiarato. Da qui nasce il “bisogno etico” di scrivere questo libro: tentare di svelare certe parole d’ordine che hanno dimostrato tutti i loro limiti e le loro mistificazioni.

Quando si è interrotto il legame lavoro-diritto molto è cambiato dal punto di vista di chi il lavoro lo incontra e lo analizza nelle aule di tribunale. Come?

Partiamo dal grande disegno costituzionale: la Repubblica fondata sul lavoro, come scolpisce l’art. 1. Il senso che la parola “lavoro” portava con sé parlava a tutti di dignità della persona, ma anche di partecipazione del singolo lavoratore al progetto di miglioramento e di avanzamento della società. Il lavoro è visto come fattore di inclusione, coinvolgimento e impegno, dovere e diritto di ognuno. Un’utopia? Utopia necessaria per una Repubblica che nasceva, dopo il fascismo e la guerra, distrutta e divisa. Era necessario trovare una parola unificante e il lavoro lo era, sotto vari profili.

Con gli anni Settanta, stagione di grande fermento e di lotte, si arriva all’approvazione dello Statuto dei lavoratori, sistema di norme che garantivano tutele individuali e collettive. Non è un caso che alla riforma sostanziale del diritto del lavoro del 1970 segue nel ‘73 la riforma del processo del lavoro, al centro della quale c’è una nuova figura, il giudice – allora pretore – del lavoro. Di fronte a lui due soggetti, datore di lavoro e lavoratore, che partono da posizioni diverse: una parte forte – economicamente – e una parte debole, una che hai i mezzi per resistere, una che è in affanno e ha bisogno di lavorare. Un giudice quindi dotato degli strumenti necessari a ristabilire nel processo una condizione di equità: perché la legge è uguale per tutti solo se tutti partono dallo stesso punto di partenza. Quindi il giudice del lavoro non è (non era) solo arbitro distaccato e lontano dagli interessi sostanziali. E’ protagonista consapevole dei valori e degli interessi in gioco: ha poteri d’ufficio per accertare la verità sostanziale, deve andare incontro ai fatti, e non aspettare di assistere a quello che gli potrebbe essere mostrato nelle carte processuali.

Oggi sono cambiate molte cose. Il processo del lavoro è rimasto regolato secondo questi principi, ma sono cambiate le leggi che il giudice deve applicare: si è progressivamente spostato il baricentro dalla consapevolezza di una diseguaglianza sostanziale tra le parti a una raffigurazione falsamente neutrale. È passata l’idea che il contratto di lavoro è un contratto come tutti gli altri, c’è chi vende e chi compra, per cui tu metti sul mercato le tue capacità, le tue energie, le tue forze e se sei bravo qualcuno le compra. Peccato che su questo mercato ancora oggi non si agisce tutti allo stesso modo, perché non si hanno gli stessi mezzi e le stesse opportunità.

La cosa più grave è che si è scavato nelle menti prima che nei codici, rendendo tutti i lavoratori più deboli e spostando l’attenzione su quelle che vengono raffigurate come diseguaglianze da combattere, tra garantiti e non garantiti, tra vecchi e giovani, tra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi, scatenando così in realtà, molto scaltramente e cinicamente, una guerra tra poveri. Per noi giudici del lavoro è venuto meno il tessuto sostanziale su cui muoverci, perché non è più riconosciuta la nostra stessa ragion d’essere, quella di riportare ad equità una contrapposizione naturalmente sbilanciata.

E cosa accadrà da ora in avanti dopo la riforma del jobs act?

Il jobs act è in realtà solo l’ultimo atto di un percorso che si è intrapreso anni fa, e che è andato tutto e solo in una direzione: oggi tra l’altro con le nuove disposizioni, lungi dall’annullare le differenze, se ne creano delle altre, perché da domani la forbice riguarderà anche la differenza tra chi ha le tutele che offre il rapporto di lavoro a tempo indeterminato e chi è assunto con il contratto a tutele crescenti, che in realtà non potrà mai arrivare alla pienezza delle garanzie di cui godono ancora tanti lavoratori. In più, la riforma interviene in una situazione generale di indebolimento e impoverimento del lavoro, che fa sì che non ci siano barriere, né ostacoli, a questo ulteriore allontanamento dal modello inizialmente ispirato alla nostra Costituzione.

Questa crisi ha inciso moltissimo sulle condizioni del lavoro: per Luciano Gallino, si sta svolgendo in realtà una lotta di classe vera e propria, anche se tutti negano che la nostra società sia ancora divisa in classi. Nei fatti, si sta riportando le condizioni di lavoro al passato, cancellando le faticose conquiste fatte. E questo percorso prevede necessariamente la marginalizzazione del ruolo del giudice: se non ci sono diritti, non è necessario nemmeno un giudice che li possa garantire. In caso di licenziamento, la legge prevederà la possibilità di chiudere la causa a fronte di compensi economici dimezzati, che ogni lavoratore sarà fortemente sollecitato ad accettare, viste le incertezze e i tempi di un processo.

Qual è stato e qual è il ruolo del sindacato in questa parabola discendente del lavoro?

Il sindacato era parte del grande progetto costituzionale, perché era il corpo intermedio che serviva a canalizzare i destini individuali e a costituire il soggetto collettivo da contrapporre alla forza datoriale, secondo lo schema classico di matrice fordista. Il sindacato ha avuto un ruolo determinante nella costruzione del terreno su cui si è mosso il diritto del lavoro. Per esempio, i giudici del lavoro hanno potuto affermare in passato che la retribuzione equa, sulla base dell’art. 36 della Costituzione che stabilisce che tutti hanno diritto a una retribuzione sufficiente ad assicurare a sé e alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa, doveva essere individuata in quella stabilita dai CCNL, a prescindere dall’applicazione del contratto in quella specifica azienda. Dai giudici è arrivata dunque un’esaltazione del ruolo del sindacato che in definitiva contrattava per tutti, e non solo per i propri iscritti (poi nel 2011 è stata introdotta la contrattazione di prossimità disciplinata dall’art. 8 del D.L. n. 138/2011, che prevede che si possono concludere accordi in deroga non solo ai CCNL ma anche alla legge).

Quel ruolo e quella funzione non esistono più. Negli ultimi 30 anni il mondo del lavoro è cambiato moltissimo, è una galassia molto diversa, in parte sotterranea, invisibile. Il sindacato forse non ha saputo comprendere fino in fondo questi cambiamenti. Quando nelle nostre aule venivano presentate e sottoposte al nostro giudizio le alternative alle forme di lavoro tradizionali, come le collaborazioni coordinate e continuative, che prima di essere riconosciute dalla legge sono diventate una realtà nei fatti, anche noi giudici ci siamo trovati di fronte a forme di prestazione di lavoro autonomo – come tali non assoggettate alla disciplina generale, prima di tutto quella sui licenziamenti.

Ci rendevamo conto perfettamente, però, che queste collaborazioni condividevano con il lavoro subordinato la dipendenza economica, se non quella gerarchica, dal committente: solo da lì proveniva al singolo il reddito per garantirsi un’esistenza libera e dignitosa. Anche il collaboratore autonomo avrebbe meritato se non tutte, almeno alcune delle tutele riconosciute al lavoratore dipendente. Ecco, lì forse da parte di tutti, politica e sindacato, si è peccato di miopia, non si è capito che così si andava a scavare un solco intorno a una roccaforte assediata – quella del lavoro subordinato – in cui il sindacato concentrava tutte le proprie capacità di resistenza e di mobilitazione: ma intanto, tutto il terreno intorno veniva frantumato dalle scosse costituite dalla marea montante dei lavoratori atipici.

Poi via via questi solchi si sono scavati sempre di più, la legislazione ha consentito quello che per intenderci possiamo chiamare “il supermarket del lavoro”: una enorme tipologia di forme di lavoro precarie, e non garantite (lavoro somministrato, a termine, in appalto, in cooperativa, a chiamata, ripartito…), e l’aumento esponenziale della massa dei lavoratori non a tempo indeterminato ha comportato l’insostenibilità del sistema. Oggi è facile sostenere che grazie al jobs act, si riporterà tutto sotto lo schema del lavoro subordinato: ma questo in realtà non è più lo stesso, perché non dà la garanzia della permanenza del posto di lavoro, ed è dunque un lavoro flessibile sempre sottoposto alla precarietà.

Il disegno finale sembra essere quello di riportare tutto, anche il lavoro autonomo, in questo alveo, perché così lo Stato è più garantito dall’evasione sia fiscale sia contributiva, i datori di lavoro hanno più certezze economiche in un regime di questo genere perché riescono a prevedere con una certa precisione i costi. Per parte sua, il lavoratore non potrà più avere grandi ambizioni economiche, e si insedierà in questa fascia impoverita di lavoro, sempre assoggettato alla potestà del datore di lavoro di interrompere il rapporto a fronte di una spesa decisamente ridotta. Il che lo condanna ad uno stato di perenne ricattabilità che gli toglie di fatto ogni strumento per poter rivendicare i propri diritti (in termini economici, di sicurezza, e di difesa della salute).

Nella mia visione, si ritorna così là da dove si era partiti, un ritorno generale al lavoro dipendente, ma in condizioni notevolmente più deboli. Forse, ma è un’ipotesi, allora il sindacato non aveva compreso fino in fondo il grande rovesciamento che si stava preparando: forse semplicemente credeva di avere maggiori capacità di resistenza. Certo, ora nella trattativa si trova in una posizione estremamente più debole e non riesce nemmeno a far ascoltare le proprie condizioni.

Quando il lavoro tradizionalmente inteso, quello che aveva come luogo identitario le fabbriche e come conquista dal punto di vista dei diritti lo Statuto dei lavoratori, si è andato sgretolando, si è individualizzato e invisibilizzato? Quali sono state le cause? Come si traduce tutto questo nel diritto del lavoro?

Nella nostra ricostruzione, secondo il particolare punto di vista dell’evoluzione delle leggi, abbiamo creduto di individuare un momento: la fine degli anni Novanta, quando si è introdotto il lavoro interinale. Una riforma voluta dal centrosinistra, che pure con l’adozione di alcune garanzie ha consentito che si spezzasse il rapporto bilaterale tra datore di lavoro e lavoratore. Di qui ha iniziato a farsi strada nei fatti il pensiero per cui il lavoro deve essere considerato come una merce. Perché dalle agenzie interinali il lavoratore veniva inviato alle aziende che avevano richiesto, perché ne avevano bisogno, manodopera, anche intellettuale: quindi braccia, forze, vite messe in vendita.

Quella è stata la svolta, da lì in avanti lo schema è cambiato. Si cercò di garantire che il passaggio avvenisse secondo certe regole, non in modo selvaggio, però quella riforma ha comportato il via libera al cambiamento: il lavoro è una merce e se ne compra in tanto e in quanto se ne ha bisogno. Il lavoratore non ha neanche più una controparte contro cui muovere le sue rivendicazioni, perché in realtà egli dipende non da chi utilizza le sue energie, ma da agenzie interinali, che non producono niente, curano solo lo scambio lavoro contro denaro. Da lì può dirsi che la diga ha iniziato a franare, con la complicità di un mercato del lavoro da sempre insofferente alle regole, in cui ha una diffusione enorme il lavoro nero ossia non regolarizzato.

Va detto anche che le politiche che hanno accompagnato la regolamentazione e la diffusione di queste nuove forme di lavoro “flessibile” hanno da sempre cercato di dipingere questa nuova condizione come una opportunità di miglioramento della condizione del singolo, di maggiore autonomia e di più gratificante realizzazione individuale. La flessibilità, si diceva, avrebbe consentito a ognuno e ad ognuna di compiere scelte di vita più vicine ai propri bisogni ed alle proprie aspirazioni. Quello che è poi successo ci dice tutt’altro. Quando i lavoratori si avvicinavano al giudice volevano in realtà solo una cosa: la stabilizzazione, il riconoscimento della natura subordinata del rapporto di lavoro, e del diritto ad essere considerati dipendenti a tempo indeterminato.

Quindi si trattava di un modello che tanto spregevole e mortificante non doveva essere: in realtà, si è confermato ben presto come sia quello che consente la garanzia a lungo termine, il progetto per il futuro, la visione prospettica e non l’inseguimento della mera sopravvivenza. Ora sicuramente il mondo è cambiato, ci sono la sfida globale e la crisi dell’economia industriale e quant’altro, ma bisogna progettare con urgenza delle forme di protezione che abbiano al centro i destini delle persone: se non è più sostenibile una diffusione generalizzata del lavoro subordinato a tempo indeterminato (ma io ancora non ne sono convinta…), si devono trovare altre forme di sostegno con cui far fronte a quelli che vengono dipinti come gli inevitabili intervalli (anche molto lunghi) di inoccupazione. Serve il reddito di cittadinanza, servono forme di copertura previdenziale e assicurative. Bisogna precorrere il futuro, fra 20 anni avremo masse di poveri (giovani e vecchi) senza garanzie.

Qual è il rapporto tra le donne e il mondo del lavoro in tema di diritti? Dov’è lo scarto tra la normativa che detta le regole e il mercato che ancora discrimina le donne? Quali effetti ha avuto la crisi sulle dinamiche dentro-fuori il mondo del lavoro che segnano storicamente la relazione donne-lavoro?

Voglio dire innanzitutto che anche in magistratura, categoria protetta e tutelata, con concorsi in ingresso vinti in percentuale sempre maggiore da donne, il tetto di cristallo funziona benissimo e i vertici degli uffici, i capi, sono quasi tutti maschili. Mi sembra un esempio interessante, perché evidentemente certi freni operano potentemente anche dove le opportunità di accesso sono paritarie. In generale, direi di avere osservato negli anni un movimento progressivo con cui le donne sono state ricacciate a casa, propria o di altri, reimpiegate massicciamente in un ambito di servizi alla persona, di cura, che alle volte, soprattutto per quel che riguarda certi rapporti di lavoro domestico, si avvicina per molti aspetti alla schiavitù. Nelle crisi ovviamente i soggetti deboli sono quelli che pagano di più. Se si deve sacrificare, si sacrifica il lavoro delle donne che in una famiglia rappresenta ancora il secondo reddito. All’espulsione dal mercato del lavoro corrisponde il ritorno a una condizione ancillare.

La legislazione in realtà si è via via affinata, grazie a pacchetti di leggi che ci derivano molto dalle politiche della parità di genere dell’Unione Europa. L’Italia si è, seppur lentamente, adeguata: la normativa è soddisfacente, anche perché deve rispondere a standard europei. Il problema è e resta culturale. Nei fatti emergono vicende che ti danno l’idea di quanto il costume e la mentalità siano indietro rispetto alle normative, comportamenti palesemente discriminanti e ritorsivi.

Gli esempi che derivano dall’esperienza giudiziaria sono significativi: non molto tempo fa, mi sono trovata a giudicare della situazione di una lavoratrice che da tempo era impiegata presso una società telefonica, nel settore commerciale, una donna attiva, di successo, che ha avuto la “sciagura” di andare in maternità, per due volte a distanza di pochi anni. Al ritorno dalla seconda maternità, si trova trasferita a centinaia di chilometri dalla sua sede e con mansioni dequalificate. Cerca di resistere, non si sottrae alla trattativa, ma la chiusura dell’azienda è totale. Non vedendo riconosciuti i propri diritti, dopo un periodo di malattia non si presenta più al lavoro e viene licenziata. Una prova di forza. Il giudice d’appello ha affermato che tale licenziamento non poteva essere valido, perché la sua assenza dal posto di lavoro, che se isolatamente valutata era da considerarsi illegittima, in tale contesto era frutto di una evidente discriminazione. Nella mia esperienza di giudice, posso dire che la maternità è spesso la scintilla, l’elemento scatenante di reazioni incattivite, come se venisse tradito un patto non scritto di astensione dalla maternità. Non è un caso che soprattutto alle donne vengano sottoposte all’assunzione le lettere di dimissioni in bianco.

L’idea di agganciare il lavoro ai diritti, che troviamo nella costituzione, ha da sempre escluso chi non faceva parte pienamente del mondo del lavoro, come le donne. L’equivalenza lavoratore-cittadino ha di fatto creato una distinzione tra cittadini di serie a e cittadini di serie b, prima ancora dell’introduzione dei meccanismi di flessibilità tramutati in precarietà. Oggi che questo legame si è rotto, uomini e donne si trovano insieme in un “di meno” di cittadinanza. Diverse pensatrici femministe ritengono che le donne abbiano in questo una parola autorevole per ripensare un nuovo paradigma di cittadinanza per tutti. Che ne pensi?

Non sono d’accordissimo. Vedo un aumento dell’esclusione e una difficoltà a costruire reti, che per costituirsi devono avere un luogo comune di identificazione, di riconoscimento e di confronto. L’ambiente del lavoro, anche se delocalizzato e sgretolato, costituisce pur sempre un momento di ritrovo. Trovarsi fuori da questo mondo, in un momento in cui mancano gli spazi di aggregazione, significa essere da sole. Quindi la possibilità di rappresentare una voce autorevole, riconosciuta, passa attraverso il fatto di essere un soggetto collettivo, di condividere un’esperienza.

Una delle conseguenze più evidenti delle trasformazioni del mondo del lavoro è stata appunto la fine di una coscienza collettiva del lavoro. Negli ultimi venti anni si è tentato di ridisegnare i contorni di un soggetto politico attorno alle condizioni di precarietà lavorativa e di vita, contorni che rompono le pareti dei luoghi di lavoro e irrompono nelle città, nei luoghi pubblici e che si misurano sui beni comuni. Ne parlate anche voi nel libro. Qual è la sfida e che prospettive vedi?

Noi parliamo di beni comuni, di riscoperta di forme di cooperazione, ampiamente tradite nella realtà dei fatti anche rispetto a quello che era lo spirito costituzionale. Crediamo in forme di aggregazione che inventino spazi nuovi, modalità nuove. Io penso che sia questo il percorso da imboccare per ripensare il modo di stare insieme in questa società. Ci vogliono momenti di riflessione, che escano da questo conflitto e da questa contingenza, e riescano a guardare oltre. In questo sono certa che le femministe possano dare un vero contributo.

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