I racconti del lavoro invisibile è un opera-progetto di contaminazione tra diverse discipline artistiche che intende esplorare in chiave crossmediale le trasformazioni del lavoro contemporaneo a partire dalle donne, dalla natura gratuita, flessibile, affettiva e relazionale del loro operare: dimensioni di cura trasformate in pratiche produttive che hanno riformulato l’intera struttura del mondo del lavoro, coinvolgendo allo stesso tempo donne e uomini.

Lavoratoio

di / 28 febbraio 2015

Lavoratoio è proiettato sulla parete interna del cortile della Casa internazionale delle donne il 26, 27 e 28 febbraio, tutti i giorni dall’imbrunire alle 23.

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L’ispirazione primaria per Lavoratoio “è stato il luogo, l’edificio, la sua storia”. Un luogo in cui si condensa una storia femminile, quella del Buon Pastore, istituzione che avrebbe dovuto riportare sulla retta via le donne “devianti”, attraverso un percorso di reclusione, preghiera, penitenza, lavoro. Invisibile, perché nascosto dalle austere mura di questo edificio seicentesco a due passi dal carcere di Regina Coeli.

“Il titolo scelto, Lavoratoio, richiama quello del lavatoio, perché una delle occupazioni cui erano costrette le donne era proprio il lavaggio dei panni, e perché lavare i panni è sempre stato parte dell’invisibile lavoro di cura che le donne hanno fornito gratuitamente per secoli”, racconto Antonio Venti.

Videomake, artista e curatore di esposizioni multimediali, Venti ha coordinato con il documentarista Carlo Antonicelli il laboratorio audiovisivo che ha realizzato Lavoratoio, oltre ai contenuti del percorso di realtà virtuale accessibile d’ora in avanti in modo permanente all’interno della Casa internazionale delle donne attraverso i QR code sui pannelli disseminati negli ingressi, lungo i corridoi, tra le foto d’epoca che raccontano il femminismo a Roma.

E i due termini tra i quali si declina il lavoro delle donne, quello retribuito fuori casa, fonte di emancipazione, passione ed espressione di sé, conquista di indipendenza e presenza sulla scena pubblica, e quello gratuito dentro casa, nel quale più tipicamente si riconosce la cura, sono il sottotesto sul quale si articola Lavoratoio.

Sottotesto incarnato dal Quarto stato di Pellizza da Volpedo, emblematica e iper-riconoscibile rappresentazione dello sfruttamento di chi sta sul gradino più basso della scala occupazionale, con un’unica donna in primo piano, il figlio stretto tra le braccia, che sembra portare pienamente il lavoro riproduttivo in questa rappresentazione di una classe che cento anni di storia e trasformazione del mercato del lavoro hanno progressivamente slavato, diluito, privato di rappresentazione.

Si parte dunque con la storia di Giovanna, raccontata nel bel film omonimo di Gillo Pontecorvo, “docu-fiction” ante litteram (è del 1955) recuperato e restaurato dall’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico, nel quale le stesse operaie che occuparono la propria fabbrica tessile per lottare contro i licenziamenti di una parte di loro diventano attrici, infilandosi anima e corpo nella sceneggiatura di Franco Solinas. E si approda all’Italia del boom economico con Essere donne di Cecilia Mangini, con i suoi sogni patinati contrapposti al ritmo alienante della fabbrica ricostruito da Ansano Giannarelli in Analisi del lavoro. 

Eccoli dunque, gli anni Settanta del femminismo che cambierà per sempre la fisionomia della società italiana.

Lavoratoio prende a prestito le parole – incredibilmente attuali – del Manifesto di Rivolta Femminile, con cui si apre uno dei testi caposaldo del femminismo italiano, Sputiamo su Hegel di Carla Lonzi, e si immerge nella fatica per tenere insieme salario e vita domestica, fabbrica e letti da rifare, di Sabato, domenica e lunedì di Ansano Giannarelli, che dell’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico è stato tra i fondatori e a lungo presidente.

Negli anni Novanta tutto si confonde. Mentre esplodono i cellulari che rivoluzioneranno il nostro modo di lavorare, rendendo sempre più fluido e impalpabile il confine tra lavoro e vita privata, la vera sfida, come suggerisce il jackpot illustrato da Chiara Mangia, è diventata quella di dare un valore economico al lavoro sempre più invisibile, cioè non retribuito, che il mercato pretende, o dà per scontato, così come un tempo, prima del femminismo, era invisibile e dato per scontato il lavoro di cura delle donne.

Emblematici di questa parabola contemporane Roberta/Roberto: gran curriculum di studi che non basta a sfuggire a una sfilza di stage, contratti a termine e investimenti su stessi destinati spesso ad arenarsi di fronte alla crisi. Stesso destino, quello del lavoro “femminilizzato”, per donne e uomini.

Sulla tela ormai bianca del Quarto stato e del lavoro privo di un immaginario codificato, diventa però possibile sognare un futuro su misura dei propri desideri.

Lavorotoio 

Concept
Carlo Antonicelli
Antonio Venti

Soggetto e sceneggiatura
Carlo Antonicelli
Antonio Venti
Cristiana Scoppa
Sabino Colucci
Bendetta Del Piano

Attrici/Attori
Barbara Alesse
Chiara Cimmino
Laura Martorana
Josephine Murchio
Roberto Zoffoli

Direttore della fotografia
Alessio Ciaffardoni

Suono in presa diretta
Milena Fiore

Assistenti alla fotografia
Michele Segatto
Daila Assis

Assistenti alla produzione
Cristiana Scoppa
Matteo Angelici
Wu Di

Grafica 3D
Studio Mbanga

Grafica 2D
Chiara Mangia

Assistente 3D mapping
Michele Segatto

Montaggio e Compositing
Michele Segatto
Chiara Dainese
Daila Assis

Musiche
Pier Filippo Di Sorte/ Blackwater

Service
Scirocco srl
F&P di Ferroni e Porrozzi
Ottiche Tornatore

Il materiale d’archivio è stato gentilmente concesso per l’uso dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico

I film utilizzati sono:

Giovanna di Gillo Pontecorvo (1956, Italia)
Essere donne di Cecilia Mangini (1965, Italia)
Sabato, domenica e lunedì di Ansano Giannarelli (1968, Italia)
Linea di montaggio di Ansano Giannarelli (1971, Italia)

Riversamento materiale dell’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico a cura di:
Milena Fiore
Fabrizio Moggia

Ricerche Archivio
Letizia Cortini
Claudio Olivieri
Paola Scarnati

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