I racconti del lavoro invisibile è un opera-progetto di contaminazione tra diverse discipline artistiche che intende esplorare in chiave crossmediale le trasformazioni del lavoro contemporaneo a partire dalle donne, dalla natura gratuita, flessibile, affettiva e relazionale del loro operare: dimensioni di cura trasformate in pratiche produttive che hanno riformulato l’intera struttura del mondo del lavoro, coinvolgendo allo stesso tempo donne e uomini.

Un dialogo attorno a reddito e lavoro

di / 27 febbraio 2015

operaie

Pubblicato da il lavoro culturale  nell’ambito della media partnership con I racconti del lavoro invisibile, il dialogo tra Milva Pistoni e Cristiana Scoppa è iniziato in una domenica soleggiata, nella Sala Atelier della Casa internazionale delle donne, trasformata in palestra e insieme palcoscenico per accogliere il laboratorio teatrale che avrebbe condotto allo spettacolo di teatro – forum “Cominciamo!”, andato in scena il 7 febbraio.

Da un lato Milva Pistoni, per la quale il lavoro è visto essenzialmente nei termini di una fonte di reddito. Dall’altro Cristiana Scoppa, per la quale il lavoro è sempre stato, e deve possibilmente essere, anche una fonte di soddisfazione, creatività, impegno, e dunque va messo l’accento anche sulla qualità del lavoro.

Un dialogo attorno a reddito e lavoro

di Milva Pistoni e Cristiana Scoppa

Una conversazione a margine del laboratorio di teatro-filosofia de I racconti del lavoro invisibile attorno a lavoro, precarietà e reddito garantito.

Milva Pistoni: Inizierei dalla definizione del lavoro invisibile, più che di lavoro invisibile parlerei di lavoro non pagato, non retribuito. Ci si accorge in questo momento storico del fatto che ci sono dei lavori non pagati. Eppure il femminismo aveva da tempo messo in luce il valore di tutto il lavoro non pagato fatto dalle donne, e io condivido questa visione. Solo che oggi è non pagato un lavoro che fino a poco tempo fa lo era, vale a dire il lavoro della conoscenza, il lavoro delle relazioni. E questo non perché questo tipo di lavoro non serve, anzi. Ma di fatto questo ci riporta esattamente alla riflessione femminista sul lavoro domestico, fornito gratuitamente dalle donne, ma fondamentale. Abbiamo però eluso il discorso sul mercato del lavoro e sul lavoro come merce… e viviamo il paradosso che viene retribuito di più un lavoro manuale, le pulizie, che il lavoro intellettuale.

Cristiana Scoppa: Io faccio un po’ fatica a ritrovarmi nell’accezione “lavoro come merce”. Non so, sarà che la merce mi evoca delle relazioni complesse, nelle quali entrano in gioco soggetti diversi: chi produce, chi vende, chi compra. Mentre con il lavoro mi sembra che gli interlocutori siano sostanzialmente due, io che fornisco la prestazione, e il mio datore di lavoro che mi paga lo stipendio. In quello che io fornisco – il lavoro – non sento che c’è una “vendita”, ma piuttosto uno scambio. Qualcosa di “mio” (il lavoro che fornisco) contro qualcosa di “altri” (cioè di chi mi paga, impresa, istituzione, committente: i soldi che mi dà in cambio del mio lavoro).

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