I racconti del lavoro invisibile è un opera-progetto di contaminazione tra diverse discipline artistiche che intende esplorare in chiave crossmediale le trasformazioni del lavoro contemporaneo a partire dalle donne, dalla natura gratuita, flessibile, affettiva e relazionale del loro operare: dimensioni di cura trasformate in pratiche produttive che hanno riformulato l’intera struttura del mondo del lavoro, coinvolgendo allo stesso tempo donne e uomini.

Essere donne… Cecilia Mangini

di / 25 gennaio 2015

Essere donne di Cecilia Mangini sarà proiettato alla Casa internazionale delle donne il 5 febbraio 2015 alle ore 17.30 nell’ambito della rassegna Parole e immagini – Volevo i pantaloni

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Cecilia Mangini. Cinema e realtà

Intervista di Chiara Spata, da Cinema del reale 

Sotto il segno dell’impegno politico e sociale è da leggersi il cinema di Cecilia Mangini, autrice premiata nel 2005 da Cinema del reale. È importante ricordare come il nome di Cecilia Mangini sia uno dei rarissimi casi di presenza femminile nel mondo del cinema, in anni in cui l’accesso a quella realtà, così come al mondo del lavoro in generale, restava pressoché precluso alle donne, se non relegandole in ruoli marginali. Svolgere un’attività creativa all’interno di un panorama umano, che negli anni ’50 era composto quasi esclusivamente da uomini, significava confrontarsi alla pari, da regista a regista, imponendo un riconoscimento di sé in termini autoriali che trascendesse la dimensione sessuale e di genere.

Parlare di spirito femminista ante-litteram può essere un po’ forzato, quello che invece bisogna riconoscere a Cecilia Mangini è una passione e un amore per il cinema e per il mezzo cinematografico, nonché un impegno civile, politico e sociale tali da permetterle di contrastare e superare le inevitabili difficoltà che si trovò a fronteggiare.

Se dal punto di vista contenutistico si possono rintracciare alcune tematiche ricorrenti, dal punto di vista stilistico ed estetico, il cinema di Mangini, è caratterizzato da una certa trasversalità. Il cortometraggio d’ispirazione letteraria è stata la cifra stilistica per scandagliare le periferie delle città, nel caso di Ignoti alla città e Firenze di Pratolini, o le periferie nazionali quando, nel caso di Stendalì, con il marito Lino Del Fra, partiranno alla volta del basso Salento per documentare un rito funebre quasi in estinzione, seguendo, in questo caso, le orme di De Martino. Il sud, terra natìa dell’autrice, sarà declinato in varie forme nel corso della sua filmografia, con uno sguardo rivolto tanto alle realtà arcaiche del mondo contadino quanto al tessuto sociale urbano e delle periferie.

L’antifascismo ha animato l’intera carriera cinematografica della Mangini, delineandosi, in termini più o meno espliciti a seconda delle circostanze, come fonte primaria dell’ispirazione politica della regista. Ideale antifascista, quindi, inteso non solo in termini storici, ma come disegno programmatico, come militanza attiva, quotidiana, ispirata a un modello più egualitario di società.

Nella tua filmografia si rintraccia una forte matrice di ispirazione sociale-politica. Quale rapporto intravedi tra il fare cinema documentario e lo spazio di critica della realtà? Cosa significa intendere l’antifascismo come una pratica quotidiana? E quale attualità può ancora avere un atteggiamento del genere, quando ogni prospettiva di trasformazione radicale della società appare oramai inesorabilmente tramontata?

Sono domande le tue che mi riportano a tempi remotissimi, a quelle costellazioni familiari che almeno per me hanno contato molto. Sono toscana per parte di madre e pugliese per parte di padre. Mio nonno materno era alla marcia su Roma e così anche il fratello di mia madre, che nel ’22 aveva vent’anni appena. Mio nonno aveva fatto anche la guerra di Libia, gli arabi per lui erano sub-creature e con che gioia parlava delle loro impiccagioni: la violenza di quei racconti mi riempiva di sgomento e ne soffrivo in silenzio come di una colpa, capirai, la missione sacra dell’Italia era quella di colonizzare romanamente il mondo.
Dalla Toscana così civile, pulita e ordinata tutti gli anni tornavamo in Puglia per il lavoro di mio padre che andava alla Fiera del Levante a Bari. Tutti gli anni incontravo la miseria contadina del Meridione, i bambini scalzi, i braccianti in attesa di una giornata di lavoro, i vecchi con la schiena piegata in due dallo zappone. Veniva Coletto a cantarci le sue bellissime nenie popolari, era un barbone che viveva sotto il cielo, quando se ne andava mia madre cospargeva di permanganato il vialetto che lui aveva percorso, il cortile dove si era fermato, e gettava via le stoviglie nelle quali gli aveva dato da mangiare. Esisteva la proibizione assoluta di toccarlo, c’era una distanza di sicurezza che non potevamo oltrepassare. La Puglia si è via via sedimentata in un complesso di ricordi che poi hanno lavorato lentamente e inesorabilmente sotto traccia. Quando ho letto le pagine di Gramsci sulla questione meridionale… beh, non c’è bisogno di spiegare quello che ho provato.
Non c’è neanche bisogno di spiegare perché ritengo che fare cinema documentario e spazio di critica della realtà coincidono. Ma coincidono anche fare cinema documentario e spazio di visitazione onirica o libertaria della realtà (penso agli espressionisti e ai documentaristi delle avanguardie). E non ho neppure dubbi, l’inattualità di cosa sono stata ieri e ieri l’altro e di cosa sono oggi è totale, “a prospettive chiuse di trasformazione radicale della società”. Mi consolo pensando che è esistito tale Karl Marx che per farsi animo strillava profeticamente “Ben scavato, vecchia talpa!”. Per favore, non compiangetemi, non commiseratemi, l’utopia con me è stata anche prodiga di doni, non solo di disillusioni.

Essere donna e fare cinema negli anni ’50 e ’60, costituiva di per sé una sfida che richiedeva oltre che un certo coraggio anche la capacità di gestire l’intricato sistema di relazioni che ogni ambiente settoriale, e quindi per definizione chiuso, impone senza farsi schiacciare dalle logiche e dalle pratiche discriminatorie che venivano messe in atto. Come hai vissuto il tuo essere donna durante il corso della tua attività di regista?

Essere donne significava essere denegate, però non lo sapevamo, non ci sfiorava il dubbio, avevamo introiettato il modello femminile della vittima sacrificale, che sì, a qualcuna stava stretto e ne soffriva dentro di sé confusamente. Ma per averlo introiettato, quel modello era inviolabile. Era una specie di condanna agli arresti domiciliari, e il domicilio era il nostro sesso, erano la vagina, l’ovulazione, il corpo, l’utero. Sessant’anni fa il diritto al voto non è stato una conquista, è stato un obbligo, un’imposizione, un residuato bellico di una guerra sciagurata e persa… Veniamo a me: mia era la certezza che non esistesse via d’uscita se non la fuga individuale, come Maria Curie, Anna Kulisciof, Caterina da Siena (anoressica per autopunirsi di avere osato troppo) e come chissà quante altre donne che in silenzio avevano fallito.
Per farla breve, mi sono aggrappata a un marchingegno fantasmatico, diventare un transgender psicologico, comportarsi, agire, impegnarsi come un maschio. Però anche ai ragazzi che volevano fare cinema occorrevano il coraggio e la capacità di gestire e tutto il resto. Alle donne un po’ di più. Molto di più? Non so che dirti. Perché qui si sconfina nel terrain vague della capacità creativa, questo sì un vero catenaccio, un sine qua non ineludibile.
Come accade sempre con i lavori che sono stati un’esperienza forte e una scoperta di valore esistenziale, sono molto legata a Essere donne.

L’esperienza è stata la fabbrica, e nella fabbrica la catena di montaggio, la parcellizzazione, i tempi stretti, la verifica della lezione gramsciana sul fordismo. La scoperta è stato l’incontro con le donne “agite” dalla fabbrica, dal lavoro contadino, dalla famiglia, dal rapporto con la loro condizione denegata, nel momento iniziale del loro (e mio) confuso interrogarsi sulla necessità del cambiamento. Dovunque, durante i sopralluoghi al Sud e al Nord, incontro donne convinte che l’indipendenza economica da conquistare le avrebbe salvate. Lo credo anch’io, anch’io mi cullo in questa convinzione, semplice, lineare, consolatoria, invece la realtà è complessa, contorta, avara di gratificazioni. Il mio “guardati intorno, ascolta, pensa” si incontra per la prima volta con il “guardati intorno, ascolta, pensa” delle altre. Scopro che le donne sono inquiete, spesso apertamente insoddisfatte del peso esistenziale che le limita, e sottotraccia oscuramente motivate a capire che cosa non funziona, e a come rifiutarsi di pagare le penali che le schiacciano, tutte a scadenza illimitata. Ancora manca la consapevolezza del sistema penalizzante nella sua interezza, nelle sue cause, nelle sue motivazioni. Le donne sono inconsciamente in gestazione del loro essere interamente donne. Questa situazione magmatica mi riguarda, riguarda tutte, riguarda anche chi si rifiuterà di crescere. Certo è per il senno di poi, e dipende da una lettura attuale di Essere donne, se oggi penso che istintivamente sono stata spinta a identificarmi in tutte loro, entrando nel filmato in Puglia come raccoglitrice di olive e al Nord come operaia al controllo dei telai.

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