I racconti del lavoro invisibile è un opera-progetto di contaminazione tra diverse discipline artistiche che intende esplorare in chiave crossmediale le trasformazioni del lavoro contemporaneo a partire dalle donne, dalla natura gratuita, flessibile, affettiva e relazionale del loro operare: dimensioni di cura trasformate in pratiche produttive che hanno riformulato l’intera struttura del mondo del lavoro, coinvolgendo allo stesso tempo donne e uomini.

Draga mama (“cara mamma”)

di / 27 gennaio 2015

Il reportage Draga Mama di Federica Araco sarò presentato dall’autrice, insieme a una delle sue protagoniste, Tatiana Nogailic, alla Casa internazionale delle donne il 12 febbraio alle 17.30 nell’ambito di Parole e immagini – Il lato invisibile della migrazione

Lavoratrici instancabili, lontane dai propri cari, le badanti e collaboratrici domestiche provenienti dalle ex Repubbliche Socialiste Sovietiche vivono in mezzo a noi come figure invisibili e silenziose, piene di amore e di nostalgia. Molte di loro arrivano lasciando a casa i propri figli, gli ‘orfani sociali’, che in Moldova sono più di 105mila. Altre, per la solitudine e per il senso di colpa, si ammalano di una particolare forma di depressione, nota come ‘Sindrome Italiana’, essendo il nostro il Paese più ‘badantizzato’ d’Europa.

di Federica Araco / Babelmed

 

Roma. Valentina nel giardino di una casa all’EUR. Secondo il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali il principale settore di attività per i lavoratori di origine moldava è quello dei servizi pubblici, sociali e alle persone, che assorbe il 47 per cento degli occupati. (Foto di F.Araco).

Roma. Valentina nel giardino di una casa all’EUR. Secondo il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali il principale settore di attività per i lavoratori di origine moldava è quello dei servizi pubblici, sociali e alle persone, che assorbe il 47 per cento degli occupati. (Foto di F.Araco).

 

Valentina ha piccoli occhi azzurri e curiosi, che si riempiono di gioia quando parla del suo Paese, la Moldova, e della verde campagna attorno a Chisinau dove ha lasciato tre figli ormai grandi e un marito, premuroso e molto solo. È arrivata a Roma nel 2003 su un pullman in transito per la Germania con in mano una piccola valigia e un contratto di lavoro per un’azienda tedesca. Senza conoscere una parola di italiano, grazie al contatto avuto da una compaesana, ha cominciato a lavorare come badante per due anziani che la trattavano come una figlia. Ora fa la colf e abita in un appartamento nella periferia sud della Capitale: un lungo corridoio su cui si affacciano tutte le camere, un piccolo bagno e una cucina dove c’è sempre una pentola sul fuoco.
Vive insieme ad altre moldave, tutte “madri a distanza”, come lei.

La storia di Valentina non è molto diversa da quella di Tatjana, Petra, Nadea, Olga e di centinaia di altre mamme e mogli provenienti dai Paesi dell’Est Europa. Lavoratrici instancabili, lontane dai propri cari, queste donne migranti vivono in mezzo a noi come figure invisibili e silenziose, piene d’amore e di nostalgia.

Secondo il Quarto Rapporto Annuale Gli immigrati nel mercato del lavoro in Italia pubblicato nel 2014 dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, quella moldava è al settimo posto tra le comunità straniere presenti in Italia. I dati aggiornati al primo gennaio 2013 registravano 149.231 persone, prevalentemente donne (il 66,9%) tra i 18 e i 49 anni. Fonti non ufficiali riferiscono che gli irregolari sarebbero circa 300mila. Il principale settore di attività per i lavoratori di origine moldava è quello dei servizi pubblici, sociali e alle persone, che assorbe il 47 per cento degli occupati.

Rispetto agli altri Paesi dell’Europa centro-orientale, l’incidenza delle donne nel flusso migratorio verso l’Italia è nettamente superiore, anche per via del contesto di impiego che richiede una manodopera perlopiù femminile. “Si tratta di una emigrazione molto anomala”, scrive Lazzaroni in La famiglia chiusa nel welfare nascosto. “Nascendo dal tracollo di uno Stato molto strutturato e investendo persone non più giovanissime, assume i caratteri, come loro stesse dicono, di un “esilio” (il termine più ricorrente nelle interviste e nei colloqui è comunque “sacrificio”)”.

 

Il dramma degli orfani sociali

Hînceşti, Moldova, settembre 2013. Una bambina torna a casa dopo il primo giorno di scuola. Il tasso di dispersione scolastica tra gli orfani sociali è molto elevato. (Foto di F.Araco).

Hînceşti, Moldova, settembre 2013. Una bambina torna a casa dopo il primo giorno di scuola. Il tasso di dispersione scolastica tra gli orfani sociali è molto elevato. (Foto di F.Araco).

L’aspetto più doloroso di questo sradicamento riguarda l’abbandono dei figli che, rimasti nel Paese di origine, sono affidati alle cure dei mariti, quando possibile, dei nonni o di altri membri della famiglia. Questi “children left behind” risentono fortemente della mancanza del supporto affettivo e della presenza delle loro madri. Secondo l’International Organization for Migration, Mission to Moldova (IOM), nel Paese il 62,6 per cento dei bambini vive senza uno o entrambi i genitori. In totale, si stima che il fenomeno coinvolga 105.270 minori. Con una popolazione complessiva di appena 3,56 milioni di persone, queste statistiche evidenziano un contesto di grande disagio sociale e profonda disgregazione.

Le conseguenze sono drammatiche: attualmente circa 500 minori vivono completamente abbandonati a loro stessi e sono sempre più frequenti i suicidi, specialmente tra gli adolescenti. I dati diffusi dal governo moldavo riferiscono di 98 decessi e 311 tentativi di suicidio tra il 2008 e il 2013, e il fenomeno è in preoccupante aumento.

È frequente, inoltre, che giovani di 15-16 anni partano in pullman da soli, senza soldi né documenti, per cercare di raggiungere i loro parenti in Italia e spesso finiscono nelle mani dei trafficanti di esseri umani. Nella maggior parte dei casi le vittime sono costrette a prostituirsi, molte subiscono violenza fisica o psicologica, sono portate ai lavori forzati o entrano in circuiti criminali.

Il collasso del sistema dei servizi sociali nelle ex repubbliche sovietiche ha lasciato un vuoto difficile da colmare e non sono molte le realtà in grado di intervenire in modo capillare per monitorare e arginare la situazione a livello nazionale. Nel 2008 l’IOM ha aperto in Moldova un centro che accoglie le vittime, reali o potenziali, della tratta. La struttura ha una capienza di 24 posti, fornisce assistenza medica, giuridica, psicologica ed economica ai suoi utenti e offre corsi di formazione per il loro progressivo reinserimento nella società.
“Si tratta in genere di persone molto fragili e vulnerabili che nell’80 per cento dei casi hanno subito violenze domestiche o sono in fuga da condizioni di forte disagio in famiglia”, spiega Alisa Harlamova (IOM). “Le categorie più a rischio sono le mamme single, i minori non accompagnati e gli orfani sociali, ma è in aumento anche il numero degli uomini sfruttati nei campi di lavoro in Russia, Turchia o negli Emirati Arabi. Ci sono poi gli enormi guadagni ottenuti forzando i disabili a chiedere le elemosina. Ogni anno salviamo dalla tratta circa 100 persone: 10mila negli ultimi dieci anni, di cui 3mila vittime effettive e circa 7mila potenziali”.

 

La Sindrome italiana

Molte donne dell’Est immigrate nel nostro Paese sviluppano una grave forma depressiva di origine sociale diagnosticata per la prima volta nel 2005 da due psichiatri ucraini, Kiselyov e Faifrynch, nota come “Sindrome italiana”. Secondo i loro studi, sarebbero almeno due i fattori scatenanti: per la prolungata lontananza dai propri figli, le madri provano un profondo senso di colpa e, nello stesso tempo, vivono il disagio di essere in un contesto spesso ostile, dove difficilmente riescono a integrarsi. La maggior parte di loro è quasi sempre sola, chiusa nelle case dove presta servizio e non parla del proprio dolore, nascondendolo sia ai familiari rimasti in patria che al resto della comunità.

Il dottor Giuseppe Ducci, primario del reparto di psichiatria dell’ospedale San Filippo Neri di Roma, tra il 2011 e il 2013 ha ricoverato 74 persone provenienti dai Paesi dell’Est, su 170 casi di stranieri totali. In prevalenza donne romene, polacche, ucraine e moldave.
“In queste pazienti abbiamo riscontrato un quadro caratterizzato da una grave depressione con inibizione, blocco, rallentamento, tristezza vitale e sintomi psicotici, come per esempio fantasie di persecuzione. Le manifestazioni per le quali vengono ricoverati i maschi sono molto diverse, spesso riconducibili al consumo di alcool e di cocaina e con quadri psicotici piuttosto violenti”.

Questa specifica forma di depressione femminile, continua il primario, è l’unico disturbo mentale legato alla stagionalità. “Il periodo in cui i ricoveri sono più numerosi va da settembre a dicembre, in coincidenza con l’autunno, la diminuzione delle ore di luce e il ritorno dalle vacanze estive trascorse con i propri cari”. Far parte di una minoranza non integrata o scarsamente integrata è comunque un fattore di rischio per tutti i disturbi mentali, anche per quelli più gravi, spiega Ducci. “Trovarsi in un contesto nuovo e diverso da un punto di vista culturale e linguistico può far emergere i sintomi di malattie psichiatriche importanti. Ma, in generale, le situazioni peggiori riguardano le persone che sono state precocemente istituzionalizzate nei Paesi di origine”.

 

Roma. Una donna moldava al lavoro in una casa. Nel nostro Paese, molte badanti e colf provenienti dall’Est Europa sviluppano una grave forma depressiva di origine sociale diagnosticata per la prima volta nel 2005 da due psichiatri ucraini, Kiselyov e Faifrynch, nota come “Sindrome italiana”.

Roma. Una donna moldava al lavoro in una casa. Nel nostro Paese, molte badanti e colf provenienti dall’Est Europa sviluppano una grave forma depressiva di origine sociale diagnosticata per la prima volta nel 2005 da due psichiatri ucraini, Kiselyov e Faifrynch, nota come “Sindrome italiana”.

 

“Occhi che non si vedono si dimenticano”

Tatiana Nogailic, mediatrice culturale e presidente dell’Associazione donne moldave in Italia, fondata nel 2004, sostiene che gli orfani sociali e le loro madri colte da depressione debbano innanzitutto ricostruire un legame affettivo di amore e comprensione. “La soluzione non può essere solo il ritorno”, spiega, “anche perché in pochi possono permetterselo. Il ricongiungimento familiare è certamente di aiuto ma la burocrazia è molto lenta e a volte i figli, dopo tanti anni di lontananza, faticano a ricostruire con le mamme un rapporto intimo. È indispensabile che entrambi imparino gradualmente ad affrontare e gestire le difficoltà relazionali e il dolore della distanza. Nello stesso tempo, è essenziale avviare processi di integrazione nei rispettivi Paesi di residenza”.

Per accogliere e supportare la comunità immigrata, la sua associazione ha pubblicato “Moldoveni în Italia”, una guida per l’orientamento dei nuovi arrivati che offre informazioni preziose su servizi di previdenza sociale, sanatorie, procedure per il ricongiungimento familiare, contatti e numeri utili. “Le donne moldave conoscono bene i loro doveri: accudire gli anziani, mandare a casa i risparmi, pensare ai figli, ma dimenticano spesso i loro diritti. Molti datori di lavoro, per esempio, si approfittano di loro non mettendole in regola con il contratto o pagando meno di quanto pattuito. Noi abbiamo scritto sulla guida, a chiare lettere, a chi rivolgersi per chiedere aiuto in questi casi. Passando la gran parte del tempo in casa è, infatti, facilissimo che queste persone perdano il contatto con la realtà. Alcune sono segregate giorno e notte nelle abitazioni di anziani malati e non hanno né una vita privata né una vita sociale. Restano per anni come sospese, senza legami con la società italiana né rapporti con la Moldova”. Un capitolo della guida suggerisce come mantenere un filo diretto con il Paese di origine. “Molte lavoratrici dopo dieci anni tornano a casa e si ritrovano anziane e sole – continua la mediatrice – noi dobbiamo dare loro delle opportunità per tornare arricchite e non svuotate”.

In Italia da 12 anni, anche lei ha cominciato lavorando come badante. “Non ho visto mio figlio per due anni ed è stato molto doloroso conciliare il nostro rapporto”, racconta. “Quando tornai a prenderlo aveva nove anni. Ricordo ancora la prima notte in cui dormimmo insieme: lui tremava e si svegliava perché aveva paura che io me ne andassi”.

Occhi che non si vedono si dimenticano, dice un vecchio proverbio moldavo, ed è proprio questo il pericolo più grande nel rapporto a distanza tra una madre e suo figlio: “quel legame creato prima della partenza rischia di rompersi”.

 

Draga mama, “cara mamma”. Una lettera-poesia ricevuta da una “mamma a distanza” moldava che vive a Roma da sua figlia, rimasta a Chisinau, in occasione della festa della donna.

Draga mama, “cara mamma”. Una lettera-poesia ricevuta da una “mamma a distanza” moldava che vive a Roma da sua figlia, rimasta a Chisinau, in occasione della festa della donna.

 

Grazie al nuovo passaporto biometrico in uso dall’aprile 2014 i cittadini moldavi d’ora in poi potranno entrare in Europa per tre mesi con il visto turistico. “Siamo convinti che le ‘madri a distanza’ beneficeranno di questa maggiore apertura e che il nuovo regime di visti sia un contributo alla diminuzione del fenomeno migratorio irregolare, non solo verso l’Italia”, spiega Antonio Polosa, Chief of Mission dell’IOM a Chisinau, che continua: “Gradualmente cambieranno le dinamiche tra i genitori emigrati e i figli rimasti in Moldova: viaggiando liberamente, si potranno gradualmente esercitare meglio le funzioni parentali e di assistenza materiale alla prole lontana. Nel medio e lungo termine è plausibile aspettarsi anche un incremento dei trasferimenti dei bambini in Italia (e in altri Paesi UE) nel quadro delle riunificazioni familiari che, con le dovute procedure e garanzie, è la scelta più opportuna per il minore”.

Tatiana Nogailic è più pessimista a riguardo: “Le madri avranno la possibilità di invitare i loro figli in Italia, ma chi era in regola e aveva un alloggio autonomo già poteva farlo. Ma le badanti che lavorano nelle case degli anziani? Quale datore di lavoro permetterebbe a una donna di ospitare il proprio bambino? Inoltre viaggiare costa e, con la crisi che ha colpito anche questo settore, non credo che in molte potranno permetterselo. Temo che cambierà ben poco per queste persone”.

 

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