I racconti del lavoro invisibile è un opera-progetto di contaminazione tra diverse discipline artistiche che intende esplorare in chiave crossmediale le trasformazioni del lavoro contemporaneo a partire dalle donne, dalla natura gratuita, flessibile, affettiva e relazionale del loro operare: dimensioni di cura trasformate in pratiche produttive che hanno riformulato l’intera struttura del mondo del lavoro, coinvolgendo allo stesso tempo donne e uomini.

Visti con Strane Straniere: “Giovanna” e “Sabato, domenica e lunedì”

di / 28 gennaio 2015

Giovanna, il film di Gillo Pontecorvo che è stato proiettato nell’incontro con Strane Straniere, fa parte del programma di Parole e immagini – C’era una volta la fabbrica alla Casa internazionale delle donne il 29 gennaio 2015 alle 17.30

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Donne, madri, mogli, lavoratrici. Di ieri e di oggi “Strane straniere” commentano vecchi film dell’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico. Un’Italia che ormai non c’è più vista attraverso gli occhi delle nuove arrivate, per un confronto stimolante che fa riflettere sui cambiamenti in atto nel mondo del lavoro contemporaneo, sempre più complesso e ricco di contraddizioni.

 

È un’assolata mattina di metà gennaio e alla sede dell’AAMOD (Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico), a Roma, sembra un giorno di festa. Un vociare allegro si sprigiona nel cortile esterno mentre la sala proiezioni, insolitamente aperta a quest’ora del giorno, è già in piena attività. Luisa, Sarah, Ana, Elsa e Maria Antonietta si accomodano sulle poltroncine rosse davanti allo schermo, pronte a vedere due film selezionati dall’archivio, per poi discuterne insieme nell’ambito del progetto “I Racconti del lavoro invisibile”.

Tutte e cinque fanno parte della rete romana di Strane Straniere, il network nato nel 2013 per raccontare le storie di imprenditrici originarie di altri Paesi nel tentativo di superare gli stereotipi spesso legati all’immigrazione femminile. Daranno il loro contributo per arricchire il dibattito sulle trasformazioni in atto nel mondo del lavoro contemporaneo, sempre più “femminilizzato”, flessibile, affettivo e relazionale, riflettendo su elementi di un passato che molte di loro ancora non conoscono.

Due film a confronto Giovanna (1956), di Gillo Pontecorvo, racconta la coraggiosa lotta di un gruppo di operaie tessili di Prato che decide di occupare la fabbrica per opporsi alla decisione del “padrone” di licenziare venti di loro. Le immagini, in un bianco e nero sgranato, denso, scorrono sullo schermo restituendo una storia toccante di diritti e dignità, in cui le capacità, tipicamente femminili, di destreggiarsi tra “doveri” pubblici e privati si intrecciano, rafforzandosi, in un contesto di rivendicazione sociale di grande impatto. Scossa dalla forza e dalla perseveranza di queste donne che continuano incessantemente a lavorare al telaio dentro le quattro mura della loro fabbrica, l’intera comunità si mobilita per prendersi cura dei loro bambini e persino dei mariti, a volte incapaci di gestire da soli le numerose faccende domestiche e famigliari.

Restaurato dall’AAMOD nel 2009, questo film è un inno alla solidarietà, non solo femminile, dotato di una forza evocativa e una profondità che ancora oggi riescono a commuovere ed emozionare. “Un mondo di donne senza padroni e senza sorveglianti è possibile”, commenta Sarah, scrittrice e poetessa croata, alla fine della proiezione. A colpirla, spiega, è in particolare l’enorme legame di solidarietà e reciproco sostegno che tiene unite nella lotta queste instancabili lavoratrici. E il modo in cui i loro figli, malgrado le iniziali difficoltà, riescono a cavarsela da soli. Luisa, stilista nata in Argentina da genitori italiani, è particolarmente sensibile a queste tematiche. “La cosa che ho amato di più del film è la capacità di queste donne di fare rete, di aiutarsi e sostenersi a vicenda in momenti di grande pressione fisica e psicologica. La vita in fabbrica è estenuante, i ritmi di lavoro molto faticosi: se non ci fosse il supporto delle altre sarebbe molto difficile per ciascuna di loro andare avanti, continuare a resistere. Si tratta, inoltre, di un legame totalmente libero dalla competizione, che spesso appesantisce i rapporti tra donne, specialmente sul posto di lavoro. Questo per me è un insegnamento prezioso”.

Anche per Elsa, peruviana, la coesione dentro e fuori la fabbrica e il supporto della comunità alla lotta delle operaie che rivendicano i propri diritti è un elemento fondamentale. Ex docente universitaria di filosofia, al suo arrivo in Italia ha fatto ogni tipo di lavoro, anche la badante. Ora è chef e si occupa di catering e cucina sudamericana. “In Perù abbiamo vissuto molti anni di dittatura militare e nel tempo le politiche economiche che si sono succedute hanno distrutto gran parte delle sinergie esistenti tra operai e lavoratori di diversi settori”, spiega. “La crisi che ne è scaturita è stata devastante e molti di noi sono stati costretti a emigrare. La storia di Giovanna e delle sue colleghe ci insegna, invece, che è proprio la coesione che permette di resistere, ricordandoci che solo chi conosce il bisogno, la fame e la disperazione è disposto a lottare fino in fondo con questa forza e questa determinazione”.

Sabato, domenica, lunedì (1968), di Ansano Giannarelli, è una testimonianza sulla condizione della donna lavoratrice nella società italiana degli anni Sessanta. Caterina, Savina e Maria sono riprese in tre giorni diversi e mostrano alcuni aspetti della vita in fabbrica, dell’attività sindacale e dell’impegno costante in famiglia, dall’educazione alla cura dei bambini. Un fare incessante, il loro, e spesso non riconosciuto né valorizzato, trasversale e flessibile, che consuma il tempo e la giovinezza. In un’epoca in cui solo 20 donne su 100 avevano accesso al mondo del lavoro, in cui l’impiego femminile era retribuito molto meno di quello maschile, e con maggior rischio di licenziamento, molte giovani cominciavano a prender coscienza dei propri diritti e dell’importanza di lottare per determinare cambiamenti radicali all’interno della società. In una Milano accelerata e nebbiosa, sospesa tra l’esibizione del superfluo e la mancanza del necessario, le tre protagoniste si affannano per arrivare alla fine del mese, cercando di non ammalarsi e di riuscire a svolgere al meglio le numerose mansioni a loro richieste, sia al lavoro che a casa.

Ana, architetta nata e cresciuta nell’allora ex Jugoslavia, condivide la sua esperienza: “Sono molto colpita dalle difficoltà pratiche che una donna lavoratrice doveva fronteggiare nell’Italia di quegli anni. Cose impensabili per il nostro sistema che, pur imperfetto e criticabile sotto molti aspetti, garantiva e promuoveva molti diritti fondamentali rivendicati nel film. La mancanza di asili nido, per esempio, di cui si parla molto, era in effetti un fortissimo limite per l’accesso al mondo del lavoro per le giovani mamme. Soprattutto per quelle che, immigrate al nord da piccoli centri, come alcune delle protagoniste, non potevano far affidamento su una rete sociale e famigliare attorno a sé. Per non parlare della disparità di salario tra uomini e donne e la mancanza di accesso a occupazioni di più alto profilo per queste ultime, a parità di livello di istruzione”.

“Oggi la dimensione spaziale del lavoro è completamente cambiata”, conclude Maria Antonietta, antropologa ed economista, ideatrice, insieme a Sarah del progetto Strane Straniere. “La fabbrica come luogo di aggregazione, incontro, confronto e anche simbolo delle lotte e delle rivendicazioni operaie non esiste più. L’elemento che in passato consentiva di sviluppare legami sociali e rapporti umani tra colleghe e colleghi è praticamente scomparso, sostituito da non-luoghi, spesso virtuali, in cui nessuno si incontra veramente, in cui condividere e scambiarsi esperienze è diventato impossibile, anche a causa della strutturale precarietà degli impieghi”.

 

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Articolo realizzato in collaborazione con Babelmed.net

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