I racconti del lavoro invisibile è un opera-progetto di contaminazione tra diverse discipline artistiche che intende esplorare in chiave crossmediale le trasformazioni del lavoro contemporaneo a partire dalle donne, dalla natura gratuita, flessibile, affettiva e relazionale del loro operare: dimensioni di cura trasformate in pratiche produttive che hanno riformulato l’intera struttura del mondo del lavoro, coinvolgendo allo stesso tempo donne e uomini.

Dentro-fuori. Lavorare da casa. Come cambia il lavoro invisibile delle donne

di / 28 gennaio 2015

Sandra Burchi e Teresa Di Martino partecipano all’incontro Parole e immagini – Volevo i pantaloni il 5 febbraio 2015, alle 17.30, alla Casa internazionale delle donne

Ripartire da casa - Sandra Burchi

Intervista a Sandra Burchi

Sandra Burchi, laureata in filosofia con un dottorato in Scienze Sociali all’Università di Pisa, si occupa di formazione e ricerca sociale privilegiando i temi del lavoro, della memoria, del femminismo. Da anni fa ricerca sul lavoro delle donne, con particolare attenzione alle donne che lavorano in/da casa. Ha appena pubblicato Ripartire da casa. Lavori e reti dallo spazio domestico (Franco Angeli) per la collana Nuovi Quaderni Griff – Gruppo di ricerca sulla famiglia e la condizione femminile.

Hai appena pubblicato un libro che racconta storie e strategie di vita di donne che lavorano da casa. Alla luce della tua ricerca, cos’è il lavoro invisibile e come è cambiato nei decenni per le donne?

La frammentazione del lavoro, la flessibilità diventata nel giro di pochi anni precarietà generalizzata, ha creato molto lavoro invisibile, un lavoro instabile, prodotto spesso in solitudine, nella difficoltà a ottenere un riconoscimento adeguato. In questo mondo del lavoro, tra le tante organizzazioni che esternalizzano servizi o pezzi del lavoro che un tempo veniva realizzato in proprio e le tante organizzazioni che fanno riferimento a contratti flessibili, è molto facile essere invisibili. Potrei dire che l’invisibilità si è estesa a più tipi di lavori, a diversi tipi di donne e di professionalità: oggi avere una buona istruzione o una forte specializzazione non basta assolutamente per evitare l’invisibilità o la fatica di ottenere un riconoscimento adeguato.
Ma questo è chiaro già da un po’. Mi sento di dire che a volte essere “invisibili” non vuole dire assolutamente non essere attive o presenti, che l’invisibilità può essere temporanea, transitoria, addirittura funzionale alla ripresa di vecchi progetti, alla realizzazione di attività che hanno bisogno di un tempo di rodaggio. E mi sento anche di dire che ho visto all’opera molte strategie per sottrarsi da una troppo pesante invisibilità. In questi giorni sto contattando le fondatrici di un piccolo sindacato autonomo, STRADE, un sindacato di traduttori, per scrivere un pezzo sulla loro esperienza. Ecco, le invisibili traduttrici editoriali hanno saputo trovare una forma molto efficace per sottrarsi all’invisibilità e al possibile isolamento, hanno addirittura fondato un sindacato!
Sottrarsi all’invisibilità è un’operazione complicata e molto passa dal modo di rappresentare e dare senso a quello che si fa. Molto del “fare” femminile si è sottratto all’invisibilità – grazie al femminismo, va detto – quando è si è ribellato a una interpretazione che lo dava per “naturale”, penso al lavoro di cura, al lavoro del quotidiano. Quando la vita delle donne è stata raccontata diversamente e messa diversamente in relazione con il resto del funzionamento della società, è uscita dall’invisibilità e dalla svalutazione. Questo ha reso possibile un guadagno di libertà femminile che, nonostante gli arretramenti inimmaginabili sul piano della vita materiale e delle condizioni di esistenza, resta un punto da cui è possibile partire o ripartire.

Tu affermi che queste esperienze “si innestano in un punto di intersezione fra gli esiti del processo di de-standardizzazione delle forme di lavoro e l’avvio di pratiche e di sperimentazioni che partono come risposte, adattamenti e soluzioni transitorie ma finiscono per individuare una strategia, non solo individuale”. Quali sono queste strategie e che tipo di impatto hanno sulle donne e sulla società di oggi?

Le storie che ho analizzato, che per questo libro sono solo dieci, ma in passato ne ho raccolto molte altre analoghe, sono storie di donne che non rinunciano a mettere in gioco idee e competenze e si mettono alla prova sperimentando alcuni adattamenti, fra cui proprio quello di lavorare a/da casa. Mi sono molto interessata al tipo di organizzazione che mettono in pratica, alla loro organizzazione della giornata, al movimento dentro/fuori come movimento utile per tenere in equilibrio vari pezzi di lavoro, quello formale e quello informale, quello produttivo con quello relazionale. Si possono osservare delle forme di cooperazione non banali, le invenzioni di network o di reti professionali che sostengono nei momenti ordinari del lavoro come in quelli di difficoltà.
Non sto parlando di un mondo tutto rose e fiori ma di un mondo non desertificato dalla violenza esercitata da questo capitalismo che tutto vuole e tutto cerca di prendersi. Una delle intervistate ha avviato un coworking nella sua città, un’altra ha attivato una rete di travel blogger, un’altra ha avuto un incarico dalla sua associazione di categoria di riferimento. Sono tutte strategie di risposta a una situazione di fatto difficile, che tende a marginalizzare e a indebolire. Chiamo “pratiche di sperimentazione” tutte le iniziative, anche micro, che tentano di riallacciare i legami fra le singole esperienze e un contesto condiviso, di lavoro, di vita, di città. E mi sembra interessante che si possa fare anche da casa.

Per le donne, posizionate per genealogia in una dimensione di dentro-fuori dal mercato del lavoro, cosa significa “ripartire da casa”? Quali sono gli elementi che differenziano le nuove domesticità dal fenomeno della domesticazione che ha naturalizzato le donne nella posizione di “angelo del focolare”?

L’“angelo del focolare” è duro a morire, basta ricordare quella bellissima frase di Virginia Woolf sull’uccisione dell’angelo del focolare: “fu una lotta durissima, che richiese del tempo che sarebbe stato più utilmente impiegato a imparare la grammatica greca o a girare il mondo in cerca di avventure” (The death of the moth, 1931, ndr); ma certo è un fantasma più sbiadito, soprattutto per le più giovani o le più agguerrite. Senza piume e senza rappresentare più una norma, quell’angelo può essere anche un complice di un progetto che riparte da casa. Serve un po’ di consapevolezza, ovvio, ma in giro ce n’è.

Dalle interviste risulta evidente la rete di relazioni personali e familiari necessarie alle donne per mantenere un loro equilibrio tra la casa, la famiglia, il lavoro. Eppure non si rintraccia alcuna rivendicazione da parte di queste donne rispetto a un welfare più esteso in grado di sostenere gli equilibri quotidiani. Nel libro lo dici anche tu che il tema dei diritti è messo al lato, sia in relazione al lavoro in senso stretto, sia, aggiungo io, rispetto al welfare. Perché?

Il fatto è che il lavoro indipendente – e non è un caso – porta a spingere molto l’acceleratore sul fare e sul tentare di risolvere da sole/i tutti i problemi. Nelle interviste il discorso sui diritti è messo a lato, la consapevolezza di quello che non funziona è molto presente, è un tono del discorso che io chiamo “scontento”, quel sentimento con cui trattieni il lamento, la rivendicazione esplicita e provi a usarlo come consapevolezza, presa d’atto. Sono storie in cui l’orientamento alla pratica è straordinario, almeno nei racconti, e il passaggio dal problema alla soluzione è gestito come praticabile, possibile se gestito in autonomia. C’è poca fiducia, mi pare, a muoversi su altri piani, ma le difficoltà che oggi vediamo portate alla ribalta da un soggetto collettivo come ACTA per esempio o le altre associazioni che riuniscono lavoratori indipendenti (è di questi giorni la proposta di fuggire dalla gestione separata) le ho trovate anche nelle interviste. “Avrei potuto fare tutta questa intervista parlando di tasse” mi ha detto una intervistata, mi sembra normale che mi abbia parlato di altro.
C’è dell’altro da dire, ed è un dato che viene analizzato anche da chi si occupa nei nuovi movimenti sociali non solo delle “resistenze” dei singoli: c’è molto impegno in quello che potremmo chiamare “lavoro sul senso”, e non è solo un’azione di risulta – non posso agire conflitti, mi occupo di dare senso alla mia vita o all’esistente -, è una vera e propria ricerca, un’elaborazione di quello che è possibile individuare come prospettiva che passa attraverso le pratiche, sia individuali che collettive. E forse questo lavoro sul senso non è immediatamente rivendicativo, come chiedere maggiori misure di welfare o dispositivi adeguati alla tenuta di forme di lavoro indipendente (cosa che, però, si comincia a fare, ma è già un posizionamento, che adeguatamente messo in parola ha anche un significato politico.

Nel tuo libro tieni alta l’attenzione sul rischio che gli elementi che hanno caratterizzato nel tempo il rapporto delle donne con il mondo del lavoro, e quindi l’attitudine alla relazionalità, alla cura, alla gratuità, possano trasformarsi in auto sfruttamento e messa a valore spietata del sistema capitalistico del mercato del lavoro, ma ripeti più volte che è necessario riconoscere e valorizzare quel margine di libertà che le donne hanno sempre coltivato contro l’identificazione rispetto al già dato. Dove si colloca questa libertà e in che modo secondo te le donne riescono a mantenere quell’equilibro necessario a non andare definitivamente in perdita rispetto al mercato del lavoro?

Equilibrio è una parola che mi è stata detta spesso, “stare in equilibrio” più esattamente. Ci ho letto la consapevolezza di muoversi su un piano scivoloso, inclinato, di essere chiamate a ordinare situazioni che vanno sempre verso l’eccesso: l’eccesso di tempo lavorato, l’eccesso di ore passate al computer, l’eccesso di disponibilità verso tutti. Quello che ho trovato messo in atto è una strategia basilare (ma efficace) di autodifesa: il “mettere dei paletti”, strategia minima applicata a tutto quello che tiene insieme tutti i pezzi dell’organizzazione (della vita e del lavoro). Mettere dei paletti e segnare il confine della propria disponibilità è la strategia adottata per non andare in perdita, per non consegnarsi anima e corpo a un sistema economico che vuole tutto e che, con la fuga ben pilotata del sistema dei diritti collegati al lavoro, rischia di restituire ben poco. Il margine di libertà lo leggo nella volontà di realizzare progetti e attività in linea con i propri desideri.
Approfittando di un momento di incertezza e fragilità generalizzata, molte delle intervistate fanno un ragionamento semplice, di assoluto buon senso, “guadagnare poco per guadagnare poco, faccio quello che voglio fare”. La non identificazione con il “già-dato” è a portata di mano per tutti, poiché il “già-dato” è molto in crisi. Chi ha la memoria storica di possibilità complicate ma praticabili di adattamento, come le donne, può giocarsele in positivo, sempre cercando di tenersi in equilibrio però. Mi sembra di aver trovato quello che altre pensatrici femministe teorizzano da tempo, che per le donne il “lutto” rispetto a un modello di appartenenza al mondo del lavoro è meno pesante (Giardini, Simone), poiché l’appartenenza non è mai stata totale e completa. Anche questo è un pezzo di quel “margine di libertà” che ritengo, sul piano delle soggettività, conquistato.

Affermi che “la violenza di quello che abbiamo imparato a chiamare ‘biocapitalismo’ si arresta proprio sulle capacità dei soggetti di decidere di sé, di trovare – pur nello svantaggio – forme di autogoverno, di autodeterminazione”. Una sorta di resistenza creativa, che potremmo affiancare alle più recenti forme di lotta che sulla scia dei beni comuni hanno animato le principali città italiane. Però nel caso delle donne che lavorano da casa si tratta di esperienze individuali, dove torna spesso l’isolamento, il “vuoto emotivo”, come altra faccia della medaglia…

Si tratta di esperienze individuali ma molto connesse con i progetti più diversi. Mi è piaciuto incontrare una operatrice di ONG, una che ha seguito tutti i social forum, che è in contatto con realtà tanto diverse, che coordina un progetto che si tiene in Iraq, e di questi tempi. Questa era una delle cose che volevo rendere visibile: nelle case non si trovano soltanto progetti isolati, sono tutti individuali ma si collegano a esperienze diverse, lontane, ampie. Tutte fanno riferimento a una rete, molte la costruiscono e anche questo è un apprendimento, non una cosa che viene da sé, è un lavoro nel lavoro, quello di imparare a cooperare, a sentirsi inserite in un contesto professionale e poi sociale.
Poi ci sono lavori più solitari ovviamente, quelli legati alla scrittura, alla traduzione, alla grafica e lì molto impegno è proprio quello di riagganciare i tempi sociali, di reinserirsi nei ritmi della città, di provare a connettersi anche con delle soggettività in formazione o tradizionali (il caso della coltivatrice diventata responsabile del pezzo femminile della sua associazione di categoria). Comunque in generale il libro avanza su una specie di crinale: da una parte vuole valorizzare tutto il lavoro di invenzione, di resistenza creativa come dici tu, di intelligenza strategica, vuol liberare queste biografie e queste vite da uno sguardo immiserente, loro come le loro case, che non sono prigioni, o focolari; dall’altra ci tengo a far vedere tutte le contraddizioni di un mondo del lavoro che scarica rischi e responsabilità sugli individui, che mette in fuga i dispositivi di protezione e di tutela, che incoraggia a una disponibilità anima e corpo…

Parliamo di corpi appunto, nello spazio e nel tempo. E’ interessante l’analisi che fai sulla trasformazione dei corpi al lavoro, dove la carne e la tecnologia si fondono, corpi spesso dimenticati se non rimossi. Eppure si parla di un “divenire artigiano del lavoro”…

C’è l’uno e c’è l’altro in effetti. Le nuove tecnologie integrate fin troppo con i corpi e la ripresa di modalità di lavoro artigianali, il fare tutto da sole, il maneggiare con cura, vasi di ceramica o frasi da tradurre. Mi sembra interessante che nelle stesse vite, nelle stesse esperienze ci sia questo misurarsi con le tecnologie, anche quelle più innovative, e al tempo stesso la ripresa – scelta o indotta – di modalità di lavoro artigiano. Quella dei “makers” è un’esperienza che parla di questo, di questa “seconda rivoluzione industriale” che si gioca in un ritorno alla bottega artigiana, anche se ospita un fare in 3D. Ma non è solo questo, c’è un ritorno a una modalità artigianale di tenere insieme competenze, desideri, possibilità di lavorare, un “fare in proprio” che trasforma anche le professioni intellettuali in mestieri artigiani.

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