I racconti del lavoro invisibile è un opera-progetto di contaminazione tra diverse discipline artistiche che intende esplorare in chiave crossmediale le trasformazioni del lavoro contemporaneo a partire dalle donne, dalla natura gratuita, flessibile, affettiva e relazionale del loro operare: dimensioni di cura trasformate in pratiche produttive che hanno riformulato l’intera struttura del mondo del lavoro, coinvolgendo allo stesso tempo donne e uomini.

C’era una volta, e oggi, la fabbrica

di / 2 febbraio 2015

L’incontro con Chiara Ingrao ed Elisa Cancellieri si è svolto il 30 gennaio, nell’ambito di Parole e immagini – C’era una volta la fabbrica

Parole e immagini - C'era una volta la fabbrica - Il regista Massimo Ferrari, Elisa Cancellieri, ex operaia della Voxon, Cristiana Scoppa/Per, Chiara Ingrao, autrice di "Dita di dama", Gaia Capurso, produttrice di "Atlantis" per MaGa Productions

Il primo dei quattro incontri dedicati a Parole e immagini nell’ambito del progetto I racconti del lavoro invisibile ha coinvolto Chiara Ingrao, autrice di Dita di dama, un romanzo al femminile ambientato in una fabbrica romana degli anni Settanta. A ricordare insieme a lei quel periodo di lotte e rivendicazioni, durissimo ma intensamente umano, l’ex operaia a cui è ispirato il personaggio della protagonista.

Sindacalista, interprete, programmista radiofonica, parlamentare, consulente del ministero per le pari opportunità, femminista militante e pacifista convinta. Chiara Ingrao, occhi vispi e sorriso accogliente, ha fatto molte esperienze nella sua vita, prima di scegliere di dedicarsi alle attività di scrittrice e animatrice culturale. Dita di dama (Baldini & Castoldi, 2010) è il suo secondo romanzo. Ambientato in una fabbrica romana, racconta la storia di Maria, una giovane operaia dalle mani curatissime e affusolate, che sognava di diventare dattilografa ma che, per ragioni famigliari, è finita in catena di montaggio.

Insieme a lei, centinaia di altre ragazze. “Una ogni settanta centimetri”, ricorda Elisa Cancellieri, ex operaia della Voxon, oggi sindacalista, alla cui vertenza è ispirato il romanzo. “Di 1900 persone, 1400 erano donne, quasi tutte nel nostro stesso settore. Gli uomini facevano i magazzinieri, gli attrezzisti, gli impiegati. Quelle di noi che non erano al montaggio lavoravano alle presse o in verniceria, dove si usava stagno, dove c’erano vernici, fumi e solventi. Grazie alle nostre dita agili e sottili potevamo maneggiare facilmente anche i piccolissimi pezzi necessari all’assemblaggio dei circuiti stampati, del tubo catodico o delle cartoline di bachelite nelle quali si inserivano i componenti degli enormi televisori a colori che costruivamo”.

Un corridoio lunghissimo, poco illuminato, dove si lavorava a cottimo senza sosta, ciascuna chinata sul proprio banco. Otto ore al giorno. Cinque giorni alla settimana. Per mesi. Anni. Tra il rumore assordante degli aspiratori, delle macchine piegatrici, tra le urla dei magazzinieri e dei capo reparto, sempre pronti a incitare la manovalanza chiedendo più velocità, più precisione, più produttività, più profitto per soddisfare le aspettative del padrone.

“Era molto pesante, sia fisicamente che psicologicamente”, ricorda Elisa. “Davanti a ogni reparto c’erano dei televisori sempre accesi. E poi un frastuono assordante, odori nauseanti e un fumo denso che arrossava gli occhi. Era un’atmosfera surreale, avvolgente. I primi giorni, appena diciottenne, uscivo la sera con un mal di testa fortissimo”. In fabbrica le regole erano molto rigide e all’insalubrità del luogo spesso si aggiungeva la tensione dovuta a trattamenti poco rispettosi e spersonalizzanti.

Noi lottavamo tanto all’epoca, non ci piacevano quelle condizioni di lavoro. Lottavamo per lo stagno, lottavamo per i tempi frenetici che ci venivano continuamente imposti. Avevamo una paletta con la quale potevamo andare in bagno e su ogni catena di montaggio si andava solo una per volta. Se la sorvegliante veniva a bussare alla porta, insospettita magari da una pausa più lunga del normale, e tu da sotto non facevi vedere la paletta, erano ore di multa”, racconta.

Accanto alla protagonista, nel romanzo della Ingrao, anche Antonietta, Ginetta, Teresa, Caterina decidono di non subire più la situazione imposta dall’ordine costituito, anche al di fuori della fabbrica. “Le lavoratrici in quegli anni cominciarono a rivendicare molti diritti che non erano solamente legati alla condizione di sfruttamento nella quale spesso vivevano”, spiega l’autrice.

Le operaie erano innanzitutto donne e cittadine e si unirono a numerose lotte che negli anni Settanta mobilitavano in piazza migliaia di persone. “Ricordo quel periodo con grande affetto e passione”, continua. “E uno dei motivi che mi ha spinto a scrivere questo secondo romanzo è stato il desiderio di riscattare quel decennio, tristemente descritto come l’epoca buia del terrorismo. Assistevamo a un’incredibile mobilitazione dal basso, che era un elemento fortissimo di coesione sociale. Gli anni Settanta sono stati senza dubbio la più grande esperienza di democrazia partecipativa che l’Italia abbia mai conosciuto”.

Il bisogno di cambiamento attraverso una partecipazione attiva di tutti e di ciascuno era così forte, viscerale, radicale da render possibile l’incontro tra individuo e collettività, creando una convergenza tra le istanze del singolo e le esigenze di tutti. “È questo a mio avviso il filo rosso che unisce trasversalmente tutte le grandi e piccole conquiste ottenute in quegli anni”, spiega Ingrao. Dall’istituzione degli asili nido pubblici (1970) alla nascita dei consultori (1975), dalla legge di parità tra uomini e donne sul lavoro (1977) alla chiusura dei manicomi e alla legge sull’aborto (1978), l’ondata riformista di quel periodo esprimeva una conflittualità sociale diffusa, spesso fortemente polemica verso quegli stessi partiti che tentavano di raccoglierne le istanze per tradurle in nuove leggi e ordinamenti.

E oggi? Come sono cambiate le dinamiche tra i lavoratori, in un contesto in cui la precarietà è sempre più strutturale, al punto da diventare endemica? “Ormai discutere del lavoro significa discutere della possibilità di averlo oppure no, entrando poi nel merito del tipo di contratto, solitamente degradante, con cui si verrà o non si verrà assunti. È come se per il nostro tempo fosse diventato un lusso discutere di qualità, condizioni e dignità della persona sul posto di lavoro. Penso, invece, che questi siano temi estremamente attuali e se si vuole dare una svolta è indispensabile riprenderli e approfondirli”.

Citando un passaggio del grande romanzo di Primo Levi legato al tema dell’industrializzazione, La chiave a stella, la scrittrice ricorda come saper fare bene e amare il proprio lavoro sia l’approssimazione più vicina alla libertà e alla felicità. “Credo che il bisogno di esser rispettati nelle proprie competenze e non esser privati della possibilità di amare il proprio lavoro sia un bisogno umano profondissimo. L’offesa alla dignità della grande maggioranza delle persone oggi, e non mi riferisco solo ai/lle giovani, è non tanto il non sapere se si lavorerà domani oppure no. Quanto, piuttosto, la totale mancanza di riconoscimento delle proprie capacità, umane e professionali. Elementi che, invece, è ora di rivendicare con forza e determinazione”.

Perché, come dice in romanesco l’operaia dalle dita di dama, “Tocca fasse rispetta’!”.

 

Articolo realizzato in collaborazione con Babelmed.net

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