I racconti del lavoro invisibile è un opera-progetto di contaminazione tra diverse discipline artistiche che intende esplorare in chiave crossmediale le trasformazioni del lavoro contemporaneo a partire dalle donne, dalla natura gratuita, flessibile, affettiva e relazionale del loro operare: dimensioni di cura trasformate in pratiche produttive che hanno riformulato l’intera struttura del mondo del lavoro, coinvolgendo allo stesso tempo donne e uomini.

Femminismo e 150 ore: la (s)volta delle casalinghe

di / 8 febbraio 2015

Femminismo a Milano, progetto a cura di Lea Melandri, per MeMoMi, la Memoria di Milano

Nelle sette puntate de Il femminismo a Milano, un progetto di MeMoMi – La memoria di Milano, Lea Melandri, ripercorre attraverso la propria esperienza biografica e un sapiente collage di materiali audiovisivi d’archivio realizzato dalla regista Marina Dotti, la storia del femminismo milanese.

Arrivata dalla provincia romagnola, e ben presto coinvolta nel movimento delle donne a Milano, Melandri, insegnante alla ricerca di nuove esperienze educative, nella 7.a puntata della serie racconta l’impatto che l’introduzione dei corsi scolastici di 150 ore ha avuto sulle donne, in particolare sulle casalinghe, a cui certo non si era pensato quando i sindacati metalmeccanici avviarono questo esperimento sociale e culturale negli anni Settanta.

Sulla base della conquista sindacale dei lavoratori metalmeccanici nei contratti di lavoro, infatti, erano riconosciute ai lavoratori (e alle lavoratrici, n.d.r.) 150 ore lavorative retribuite ogni tre anni, ad uso “scolastico, purché essi (esse, n.d.r.) ne mettessero altre 150 del proprio tempo libero. Il sindacato scelse di dare la priorità al recupero, per tutti i lavoratori, del diploma della scuola dell’obbligo. Il movimento femminista milanese decise di estendere l’iniziativa anche alle casalinghe.

“Le mie allieve erano quasi tutte casalinghe, non più giovani, che si erano organizzate autonomamente e avevano faticato non poco per far aprire un modulo nella loro zona”, ricorda Melandri nel commento al film. Le 150 ora erano essenzialmemente una scuola operaia, e “i sindacalisti (in larghissima maggioranza uomini, n.d.r.) non capivano perché le casalinghe potessero aver bisogno di tornare a scuola per una licenza che non avrebbero usato”.

Ma la motivazione era un’altra, come è diventato chiaro appena “abbiamo cominciato ad affrontare temi che interrogavano quella che era stata la loro vita fino allora, come mogli, madri, donne che hanno vissuto quasi tutta la loro vita tra le mura domestiche”. Una “felicità della scoperta della propria storia” che è stata subito “trasferita in scrittura” e sotto forma di volantini e manifesti, è diventata presenza nello spazio pubblico.

Per uscire dall’invisibilità del lavoro domestico, del lavoro di cura, e affermare la propria esistenza, trasformandola. Perché, come disse allora una delle allieve, “Una volta spalancata la porta, una volta varcata la soglia, non si torna indietro”.

Un’esperienza, il corso di 150 ore di Via Gabbro a Milano coordinato da Lea Melandri, raccontato anche in un documentario di Adriana Monti, Scuola senza fine

 

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