I racconti del lavoro invisibile è un opera-progetto di contaminazione tra diverse discipline artistiche che intende esplorare in chiave crossmediale le trasformazioni del lavoro contemporaneo a partire dalle donne, dalla natura gratuita, flessibile, affettiva e relazionale del loro operare: dimensioni di cura trasformate in pratiche produttive che hanno riformulato l’intera struttura del mondo del lavoro, coinvolgendo allo stesso tempo donne e uomini.

Piccole scene di lavoro dal “Teatro dell’Oppresso”

di / 7 febbraio 2015

Lo spettacolo di Teatro forum “Contiamoci!” va in scena sabato 7 febbraio 2015, alle ore 21, alla Casa internazionale delle donne, ingresso da via S. Francesco di Sales 1/a

Contiamoci

Da due ore le strade di Roma sono ricoperte da un tappeto di grandine. Simone scorre le dita sul suo iPhone e mostra a Claudia la foto: la città è silenziosa, congelata sotto uno strato di ghiaccio che già comincia a sciogliersi. Le macchine non possono circolare in questa prima domenica di febbraio. Una misura preventiva contro il picco di inquinamento cui anche la capitale italiana è soggetta come le grandi città europee.

Malgrado le intemperie e il divieto di circolazione, Vilma, Paola, Fabrizio, Cristiana, Teresa, Simone, Claudia, Chiara, Carlo e Wu Di sono venuti fino alla Casa Internazionale delle Donne per partecipare all’atelier teatrale di «Teatro dell’Oppresso ».

Antico convento, poi centro di rieducazione per «donne deviate», questo luogo nel cuore di Trastevere è oggi uno spazio autogestito da diverse associazioni femministe. Da fine gennaio il progetto I racconti del lavoro invisibile lo la scelto come sede per cinque settimane consecutive di iniziative culturali (presentazioni di libri, proiezioni di documentari, installazioni, atelier di teatro e spettacoli).

«Questo progetto multidisciplinare è stato concepito per esplorare le trasformazioni contemporanee del lavoro a partire dalle donne e dalla natura gratuita, flessibile, affettiva e relazionale del loro modo di operare», spiegano Cristiana Scoppa e Carlo Antonicelli dell’Associazione PER, incaricata di coordinare la manifestazione. «dal lavoro nascosto, invisibile, delle cure che dispensano in famiglia, con i figli, gli anziani, i malati… a quello che – per la maggior parte mal retribuito e precario – le assorbe fuori casa, in fabbrica, a scuola, negli uffici, nei call center… Ora, con il tempo, queste pratiche produttive femminili hanno finito per rimodellare la struttura stessa del mondo del lavoro, per entrambi i generi».

Ed è esattamente questo nuovo universo economico, con le sue crisi e le sue forme peculiari di oppressione ad esser affrontato, discusso e messo in scena nell’atelier teatrale proposto da Olivier Malcor, in collaborazione con Teresa Di Martino, filosofa, scrittrice ed esperta della femminilizzazione del lavoro.

Attore e drammaturgo franco-olandese, da sette anni a Roma, questo quarantenne militante dedica le sue pratiche teatrali essenzialmente al tema della differenza di genere. I suoi spettacoli, ispirati alle tecniche rivoluzionarie del brasiliano Augusto Boal, prevedono la partecipazione diretta del pubblico in scena. L’obiettivo è ambizioso: cambiare la realtà elaborando con gli attori una forma drammaturgica in cui le situazioni di oppressione potranno essere discusse e contrastate dal pubblico.

Il gruppo si accalca verso la grande stanza al primo piano. «Ieri non ho potuto partecipare all’atelier perché ho firmato il mio primo contratto a tempo indeterminato», ridacchia Simone, mediatore sociale. Nei fatti, la gallina dalle uova d’oro è, sì, un contratto indeterminato ma in effetti non gli riconosce che otto mesi di salario all’anno. Una complicità si diffonde rapidamente tra le persone. Non a caso, tutti qui hanno un vissuto professionale tumultuoso, di contratto in contratto, di promessa in promessa, tra periodi di vacche magre, incertezza e sconforto.

Paola ha smesso di andare all’università di Lettere e Filosofia di Firenze dove teneva un corso di teatro: «Avevo dei contratti di insegnamento pagati sempre in ritardo, a distanza di mesi, a volte anni» spiega. « Andare a lavorare mi costava più di quanto mi rendesse ». Vicina alla cinquantina, Vilma spera di emigrare in Inghilterra. Ex segretaria di redazione, è stata ammistratrice in un’associazione che l’ha licenziata perché ha subito un taglio ai finanziamenti. «Ho appena ottenuto un lavoro da operatrice sociale fino a giugno, dopo di che andrò forse a vivere a Manchester, dove ho già dei contatti », spiega.

La situazione professionale di Wu Di non è più invidiabile. La ragazza vive grazie all’interpretariato, ma in realtà è una scenografa e non riesce a esercitare il mestiere per il quale si è formata prima in Cina e poi in Italia.

Dopo una serie di giochi di gruppo che creano complicità e coesione tra i partecipanti, Teresa Di Martino fornisce un rapido promemoria dei cambiamenti sociali che hanno stravolto la vita delle donne. Innanzitutto i compiti e le responsabilità invisibili in casa, poi il loro ingresso in massa nel mercato del lavoro e infine, in tempi di crisi, la disoccupazione, la precarizzazione, lo sfruttamento che le ha spinte a diventare complici del sistema che le opprime. Le tre scene inventate dal gruppo, e che ora dovranno essere collegate tra loro, hanno molto a che fare con queste considerazioni.

Prima scena: un sindaco e la sua assistente, a corto di idee, per accedere ad alcuni finanziamenti europei coinvolgono una giovane universitaria che dovrà produrre una bozza progettuale il più rapidamente possibile. Lei si mette a scrivere giorno e notte il documento commissionato, malgrado le proteste del suo compagno. Dopo esser stata supersfruttata, viene subito brutalmente licenziata.

Seconda scena: un gruppo di persone viene licenziato e tutti decidono di creare una propria struttura. L’uomo del gruppo, promosso presidente, è sollecitato dal sindaco a partecipare al bando sulla base delle idee rubate alla giovane universitaria. Per fare questo, l’associazione coinvolge una ragazza di origine straniera con la promessa di un contratto. Il progetto passa ma con un budget dimezzato e la ragazza vede in un colpo solo il suo contratto e il suo permesso di soggiorno passarle sotto al naso.

Terza scena: questa riduzione finanziaria avrà per conseguenza la soppressione dei pasti destinati alle operatrici socialiche assistono i bambini alla mensa. Gli attori non hanno esitato a plasmare il personaggio del sindaco, Pomponni, e della sua assistente prendendo spunto dalla commedia dell’arte e dall’immaginario berlusconiano, canzonetta compresa.

La crisi economica che minaccia il vivere insieme, l’aumento della frustrazione e dello sfruttamento, soprattutto tra le donne, si declina sulla scena in un susseguirsi di situazioni tragicomiche agevolate dai giochi nei quali Olivier Malcor aveva all’inizio coinvolto gli attori.

Riprodurre le scene in due minuti, ridurre le loro repliche all’osso oppure ripeterle, come fece Queneau, in differenti registri, animale, religioso, regionale… ecco cosa permette immediatamente di alleggerire, di andare al sodo, evitando la verbosità per trovare un linguaggio dei corpi e costruire gli elementi di questo teatro-forum che sarà presentato al pubblico sabato 7 febbraio (ore 21) alla Casa Internazionale delle Donne.

«In questa forma di teatro», spiega Oliver Malcor, « l pubblico può entrare in scena per sperimentare delle soluzioni possibili ai problemi rappresentati e ai rapporti di dominazione. Il teatro diventa allora un laboratorio in cui si tenta collettivamente di superare l’oppressione, anche quando diventa visibile ».

 

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Articolo realizzato in collaborazione con Babelmed

Traduzione dal francese di Federica Araco

Via San Francesco di Sales 1/a (Casa internazionale delle donne)
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