I racconti del lavoro invisibile è un opera-progetto di contaminazione tra diverse discipline artistiche che intende esplorare in chiave crossmediale le trasformazioni del lavoro contemporaneo a partire dalle donne, dalla natura gratuita, flessibile, affettiva e relazionale del loro operare: dimensioni di cura trasformate in pratiche produttive che hanno riformulato l’intera struttura del mondo del lavoro, coinvolgendo allo stesso tempo donne e uomini.

Dall’etica sacrificale della crisi al soggetto imprevisto?

di / 9 febbraio 2015

foto di Angela Schlafmütze

Pubblichiamo il paragrafo introduttivo di un saggio che la ricercatrice e saggista Cristina Morini ha offerto al progetto I racconti del lavoro invisibile. 

Scarica il Pdf per leggere il saggio Morini_Dall’etica sacrificale della crisi al soggetto imprevisto?

La dinamica della femminilizzazione del lavoro o della lavorizzazione delle donne (Power 2011) illumina uno dei momenti fondamentali della genealogia del biocapitalismo cognitivo-relazionale contemporaneo, apice dell’espansione liberista: svela i fantasmi mortiferi dell’immaginario maschile colonizzatore, resi tangibili dalla povertà dell’austerity, che pretendono di assimilare anche la fecondità della differenza della donna, reclamano di integrarla oggi nel cuore del sistema economico stesso.

La posizione subalterna che la norma maschile ha da sempre previsto per la donna, per lo straniero, per l’omosessuale, oggi non risparmia alcuno. Le interpretazioni marxiste – pur fondamentali – non spiegano tutto dei processi in corso. Riprendendo Carla Lonzi: noi possiamo contribuire alla rovina del meccanismo, dimenticando «il traguardo della presa del potere» (Lonzi 1978, p. 27)?

Possiamo abbandonare i sogni egemonici, concentrandoci sulla costruzione del presente, di un bene-essere comune, se non di una vera felicità, affermando un’idea di noi stesse che, ovviamente, non si contenti di solipsismi autoreferenziali e di pure autorappresentazioni ma che sia capace di intrecciarsi con un contesto più ampio (Gribaldo, Zapperi 2012)? Non è sempre più evidente che l’umanità «appare bloccata dall’automatismo maschile come funzione di un assetto della società la cui differenziazione interna (il capitalismo sia privato che pubblico, ndr) consiste nell’ammettere o meno la crudezza di una condizione di fatto: la strumentalizzazione» (Lonzi 1978, p. 38)?

Tra le cause che generano difficoltà ad agire forme di reazione – se non apertamente conflittuali – che oggi sperimentano tutti i movimenti antagonisti, sia in Italia che in Europa – può essere annoverato anche l’empasse di un certo “rivoluzionarismo dei padri” nella riproposizione di parole d’ordine, di gerarchie, di stili di militanza?

Non è chiara abbastanza la necessità di esplorare più a fondo, come insegna il femminismo, «la vita e il senso della vita, che si sovrappongono continuamente» (Lonzi 1978, p. 59)? Che cosa significa questa postura? Significa ristabilire il contatto con le nostre esperienze invece di consegnarci acriticamente solo agli insegnamenti che derivano da teorie prodotte da fasi precedenti. Non vanno cercate definizioni immaginarie o simboliche, ma piuttosto protocolli d’esperienza.

 

Cristina Morini, saggista, giornalista, ricercatrice indipendente. È laureata in Dottrine politiche presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Statale di Milano. Si occupa di tematiche inerenti le trasformazioni del lavoro, con particolare attenzione a quelle che riguardano le donne. Fa parte del collettivo redazionale dei Quaderni di San Precario. È socia fondatrice dell’Associazione Bin-Italia (Basic Income Network Italia). Ha all’attivo numerose pubblicazioni, tra cui tre monografie: Le redazioni pericolose: come fare la giornalista e vivere infelicemente (pubblicato con lo pseudonimo di Chiara Forti), Derive Approdi, Roma, 1999; La serva serve. Le nuove forzate del lavoro domestico, Derive Approdi, Roma, 2001; Per amore o per forza. Femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo, Ombre corte, Verona, 2010.

Foto di Angela Schlafmütze

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