I racconti del lavoro invisibile è un opera-progetto di contaminazione tra diverse discipline artistiche che intende esplorare in chiave crossmediale le trasformazioni del lavoro contemporaneo a partire dalle donne, dalla natura gratuita, flessibile, affettiva e relazionale del loro operare: dimensioni di cura trasformate in pratiche produttive che hanno riformulato l’intera struttura del mondo del lavoro, coinvolgendo allo stesso tempo donne e uomini.

Visti con le altre… Asinitas alla Casa internazionale delle donne. La photo gallery

di / 15 febbraio 2015

L’incontro Parole e immagini – Il lato invisibile della migrazione  si è tenuto alla Casa internazionale delle donne il 12 febbraio 2015.

Le allieve di Asinitas visitano la Casa internazionale delle donne

Il tema era certo vicino all’esperienza di tutte. L’incontro Parole e immagini del 12 febbraio si intitolava infatti Il lato invisibile della migrazione. Invisibile è spesso il lavoro delle donne che migrano per fare le colf o le badanti in Italia, “paese più badantizzato d’Europa” nelle parole di Federica Araco, fotografa e giornalista, tra le protagoniste dell’incontro dove è stato presentato anche il suo reportage Draga Mama.

È un’invisibilità a due facce. Se da un lato è invisibile il loro lavoro, dall’altro è invisibile la loro condizione di donne: donne sole, che in gran parte hanno lasciato marito e figli al paese, a volte solo i figli, che allevavano da sole, e che ora sono affidati a nonne, zii e zie, con le quali non sempre restano, finendo per ingrossare il numero dei ragazzi abbandonati, che crescono soli, arrangiandosi con espedienti. Un fenomeno diffuso in Moldova.

Per questo il lavoro di Asinitas si concentra da sempre sull’emersione, la condivisione e la raccolta delle storie di vita delle protagoniste dei corsi di italiano L2 per donne che organizza nella sua scuola di Torpignattara e in altre sedi. Un drappello delle allieve, con le quali erano già stati proiettati e discussi, nel corso delle lezioni, i film Giovanna di Gillo Pontecorvo e Essere donne  di Cecilia Mangini, si è dunque trasferito con le sue insegnanti, Alessandra Smerilli e Valentina Anselmi, alla Casa internazionale delle donne.

L’idea del progetto I racconti del lavoro invisibile e dell’AAMOD, Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico, era quella di offrire – attraverso la collaborazione con diverse associazioni che riuniscono o si occupano di donne migranti – l’occasione di vedere l’Italia del lavoro femminile “com’era” per comprendere meglio l’italia del lavoro femminile “com’è” oggi, quella che anche le donne migranti arrivate da poco, conoscono.

Per questo, in apertura dell’incontro, abbiamo prima visitato insieme la galleria fotografica del corridoio al primo piano della Casa internazionale delle donne, ripercorrendo nelle fotografie del movimento femminista romano, scattate in buona parte nello storico “Governo Vecchio” (un palazzo occupato a via del Governo Vecchio), le parole chiave con cui le donne hanno costruito la sensazione di uguaglianza, di poter fare ciò che si desidera, anche se donne, che le giovani generazioni oggi considerano naturale. Non era così negli anni Settanta, come dimostrano le immagini di cortei e manifestazioni, slogan scritti sui muri e animate riunioni men free.

La loro condizione di emigranti si è confrontata con quella delle Vedove bianche  ritratte da Riccardo Napolitano nel 1968. Una condizione speculare rispetto alla proprio, perché in Italia nel secolo scorso erano soprattutto gli uomini che erano emigrati, lasciando moglie e figli. La protagonista, una donna anziana che parla un dialetto praticamente incomprensibile, era stata abbandonata dal marito 50 anni prima, nella grande migrazione di italiani verso l’Argentina seguita alla Prima Guerra Mondiale.

Negli anni Sessanta erano comunque moltissime le vedove bianche al Sud, in particolare in Puglia, come ha mostrato il successivo cortometraggio proiettato Da mattino fino a sera, che descrive con cifre inoppugnabili la condizione di sfruttamento delle donne nel bracciantato agricolo, principalmente nella raccolta delle olive, per raggiungere almeno le 51 giornate lavorative all’anno che danno diritto al sussidio di disoccupazione, e farcela così a “campare la famiglia” in un contesto dove oltre alla stagione della raccolta delle olive ci sono poche altre occasioni per trovare lavoro.

“Sembra la Moldova, il mio paese, nel momento del passaggio dal controllo dell’URSS all’autonomia”, commenta Iulia Margine, in Italia da sei anni, badante e allieva di Asinitas. “Per noi è lo stesso”, commenta un’altra delle allieve, di cui non colgo il nome, riferendosi al sospetto di essere tradite dai mariti rimasti in patria, così come le “vedove bianche” del film di Napolitano sospettavano che i mariti avessero altre relazioni nei paesi di accoglienza. Un dolore che lacera le coppie, che rende difficile ricomporle quando finalmente si può tornare al paese, “a volte dopo 3 o 4 anni per la prima volta”, come ricordano alcune.

Elisa Fiore che ha curato con altre la pubblicazione Parole alate, frutto di un laboratorio linguistico incentrato sull’auto narrazione realizzato proprio alla Casa internazionale delle donne, ha ricordato quella straordinaria esperienza: la prima volta che Asinitas realizzava un corso con donne che non provenivano da un quartiere specifico, e dunque non erano accomunate dallo stesso paesaggio urbano, dalle stesse relazioni di quartiere, dalle stesse comunità di riferimento. Un modo per conoscersi che è stato possibile mettendosi tutte, faciltiatrici e partecipanti, sullo stesso piano. e raccontandosi. Perché solo da questo racconto a due sensi, che è conoscenza dell’altro/a oltre che presentazione di sé, si può uscire dall’invisibilità.

Le fotografie dell’incontro sono state realizzate da Benedetta Del Piano. 

 

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