I racconti del lavoro invisibile è un opera-progetto di contaminazione tra diverse discipline artistiche che intende esplorare in chiave crossmediale le trasformazioni del lavoro contemporaneo a partire dalle donne, dalla natura gratuita, flessibile, affettiva e relazionale del loro operare: dimensioni di cura trasformate in pratiche produttive che hanno riformulato l’intera struttura del mondo del lavoro, coinvolgendo allo stesso tempo donne e uomini.

Il progetto

I racconti del lavoro invisibile è un opera-progetto di contaminazione cross-mediale che intende esplorare le trasformazioni del lavoro contemporaneo a partire dalle donne, dalla natura gratuita, flessibile, affettiva e relazionale del loro operare: tutte dimensioni pratiche e produttive che hanno riformulato l’intera struttura del mondo del lavoro, coinvolgendo allo stesso tempo donne e uomini.

Attraverso la pratica peripatetica dell’arte relazionale, il teatro partecipativo, film e audio documentari, la scrittura e i new media, la realtà aumentata e il 3D mapping, proveremo a comprendere come e quanto il lavoro femminilizzato abbia trasformato i processi di produzione e valorizzazione nella nostra società, in questi tempi di crisi, incertezza e precarietà diffusa, cercheremo di fornire strumenti di conoscenza ragionati, emotivi e sensibili su questioni fondamentali per navigare con consapevolezza questo tempo in rapido mutamento.

Esplorare il mondo della produzione e della riproduzione sociale vuol dire interrogare la struttura profonda della nostra società, il suo funzionamento simultaneamente intimo e macro-economico: il progetto propone un viaggio immaginifico e creativo dentro tematiche imprescindibili per capire il nostro presente. Affrontare gli aspetti invisibili del lavoro significa entrare in contatto con le contraddizioni e la vita di ogni singola persona e di tutta la società insieme. E noi lo faremo usando gli strumenti dell’arte e della cultura.

Le attività culturali e artistiche del progetto confluiranno attraverso lo spazio reale della città e quello virtuale della rete nella Casa Internazionale delle Donne. Il genio di questo luogo parla infatti al mondo del lavoro in modo trasversale e inconsueto. Il Buon Pastore (antico nome della Casa Internazionale) era uno spazio di disciplinamento e reclusione delle donne cosiddette devianti, costrette ai lavori forzati per via della loro estrazione sociale o solo perché ritenute “fuori norma” per la loro epoca. In questo luogo vive la storia di un’atavica archeologia industriale, quella dello sfruttamento servile e gratuito, quando il lavoro era totalmente invisibile e interamente oppressivo.

Per tracciare le rotte di questo percorso plurale, che avrà una natura storica e attuale il progetto poggerà su due pilastri: una fonte nutritiva storica, l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD), bacino da cui attingere contenuti, evocazioni e memorie; e la Casa Internazionale delle Donne, che diventerà incubatore dell’attualizzazione delle nuove storie sul lavoro femminilizzato, sede di un’animazione performativa totale, connubbio di linguaggi interattivi in cui far incontrare e parlare artisti e artiste, cittadine e cittadini di Roma e del mondo.

Arte relazionale

Maria Chiara Calvani, artista relazionale, camminerà per la città dedicando la sua pratica peripatetica alla ricerca, scoperta, riconoscimento dei gesti del lavoro di cura in tutte le sue possibili accezioni, attraverso l’incontro e l’ascolto delle persone che incontrerà lungo il percorso. Disegnerà dei tracciati urbani all’interno dei quali troveranno spazio delle modalità narrative. I temi intorno ai quali rifletterà con i suoi interlocutori e le sue interlocutrici saranno l’identità culturale e gli occhi diversi con cui i/le cittadini/e di una metropoli sempre più cosmopolita leggono il tema del lavoro declinandolo anche rispetto alla propria cultura d’origine.

Il sito documenterà il suo lavoro in corso d’opera. L’esito finale del racconto, in forma di installazione, performance o altro all’interno della Casa internazionale delle donne nei tre giorni conclusivi della manifestazione verrà ispirato all’artista dalle suggestioni raccolte lungo il percorso.

microfono copia

Audiodocumentario

L’audiodocumentario lavora sul suono inteso come parola che racconta, ma anche come suggestione evocativa. Armato di registratore, microfono e aste, Andrea Giuseppini esplorerà la Casa internazionale delle donne alla ricerca del lavoro invisibile, quello fatto quotidianamente di chi pulisce, riassesta, riordina, quando nessuno percorre i corridoi, affolla le sale, si intrattiene nel cortile. Il lavoro più femminile di tutti, nonostante da impegni ormai ovunque anche molti uomini. Le sue creazioni porteranno nuove voci in luoghi invisibili della Casa internazionale delle donne.

Audiovisivo

Non c’è realtà più complessa e stratificata da raccontare, che non sia il lavoro. Gettarvi lo sguardo o azzardare un’analisi non superficiale significa affrontare contraddizioni e problemi che riguardano la vita di ogni singola persona e di tutta la società insieme. Esplorare il mondo della produzione e della riproduzione sociale vuol dire interrogare la struttura profonda della nostra società, il suo funzionamento simultaneamente intimo e macro-economico.

Allo stesso modo mai come oggi il lavoro è fattore determinante per comprendere la storia e l’identità di ogni singola persona: il tempo di lavoro e il tempo di vita sono così sovrapponibili da essere indistinguibili. Paradigmatitco in tal senso è il lavoro di cura, appaltato storicamente alle donne, che ha completamente ribaltato la simbolica economica e sociale su cui si fondava una società che vedeva nella fabbrica il centro principale della produzione di ricchezza. Tuttavia, il nostro Paese non ha ancora fatto pienamente i conti con un mondo completamente sconvolto dalla de-industrializzazione.

Il lavoro femminile e femminilizzato, che non detiene la forza immaginifica dell’operaio, che è difficile anche solo da rappresentare per immagini, rimane ancora e per lo più invisibile agli occhi della società. E proprio per questo è il meno conosciuto, rispettato, remunerato e tutelato. Eppure, come sottolinea Cristina Morini, il mondo del lavoro contemporaneo “[…] ha puntato, in termini generali, ad appropriarsi della polivalenza, della multiattività e della qualità del lavoro femminile, sfruttando, con ciò, un portato esperienziale delle donne che deriva dalle loro attività realizzate storicamente nella sfera del lavoro riproduttivo, del lavoro domestico”.

Rielaborando i materiali dell’archivio AAMOD con nuovi contenuti raccolti dal team del Laboratorio audiovisuale, I racconti del lavoro inviabile prenderanno forma all’interno della Casa internazionale delle donne attraverso una installazione in 3D mapping su una delle facciate del cortile e attraverso una serie di QR code disseminati nei suoi spazi che permetteranno di sperimentare la realtà aumentata attraverso si propri smartphone e tablet.

La manifestazione si svolgerà il 26, 27 e 28 febbraio 2015, dalle ore 17.30 alle 23. 

Teatro dell’oppresso

Olivier Malcor, attore e drammaturgo franco-olandese, da molti anni concentra il suo lavoro teatrale sulle questioni della differenza di genere, dall’educazione scolastica alla violenza maschile sulle donne. I suoi spettacoli sono ispirati alle tecniche avanguardistiche inventate da Augusto Boal in Brasile e prevedono la diretta partecipazione del pubblico sulla scena, chiamato a contribuire attivamente al farsi della storia e della forma drammaturgica finale.

Nel teatro partecipativo messo in opera da Olivier Malcor non si parte infatti da un testo, bensì da una problematica, da un conflitto, che diventa il generatore primo dell’azione drammatica. Nel momento dell’esecuzione teatrale, il pubblico è costantemente interpellato a reagire alle domande poste dalla scena e può addirittura salire sul palco.

Per questo progetto Olivier Malcor si confronterà con la giovane filosofa e precaria Teresa Di Martino, che alla femminilizzazione del lavoro ha dedicato molti dei suoi studi. L’incontro tra teatro e filosofia si giocherà su un terreno di scoperta e confronto nella realtà performativa del corpo, problematizzando le contraddizioni del mondo del lavoro femminile attraverso l’arte. Da questo connubio nascerà un laboratorio di teatro-filosofia che si svilupperà nell’arco di 5 giorni fino alla rappresentazione finale in cui verranno chiamati a partecipare giovani e meno giovani, uomini e donne, che vivono sulla propria pelle le incertezze della precarietà esistenziale, oltre che lavorativa.